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GOVERNO (?)/ Cacciari: Bersani ha fallito, punto su Zagrebelsky e Rodotà

Pubblicazione:venerdì 8 marzo 2013

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Bersani  e i suoi 8 punti irrinunciabili, gli appelli alla responsabilità, gli inviti alla calma, le risposte serie, le direzioni di partito, il dovere della prima mossa eccetera: un grigiore più grigio della campagna elettorale, ma senza prospettiva. Siamo, infatti, e continueremo a lungo ad essere senza governo. E, quando e se lo avremo, Bersani non ne sarà la guida. Almeno, molto probabilmente non lo sarà. Insomma, è stato silurato a sua insaputa. «E una persona per bene, onesta, capace ma assolutamente inidonea a fare il leader in una situazione così drammatica per il paese e con un partito che di fatto deve ancora nascere», dice di lui il filosofo Massimo Cacciari. Gli abbiamo chiesto come dovrebbe fare il Pd.


Secondo lei, che passi può compiere?

Non penso che il Pd, in questa fase iniziale, possa muoversi altrimenti che con Bersani. Tuttavia, in generale, in una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo, il segretario non è di certo quella figura di rilievo e statura tali da disporre dell’autorità per condurci in qualche porto.

 

No?

Avrebbe potuto farlo se, al limite, dietro di lui ci fosse stato un partito reale. Ma il Pd no lo è.

 

Cosa cambiava?

Vede, negli altri Paesi europei ciò che conta è la struttura. I leader sono importanti, certo, e lo sono sempre di più. Ma i partiti possono farne a meno. In un contesto del genere, Bersani poteva anche andar bene. Ma in Italia, piaccia o meno, la funzione della leadership carismatica è decisiva. E Bersani ne è evidentemente privo.

 

Cos’ha di diverso l’Italia dagli altri Paesi?

Non esistono partiti, ma opinion leader sulle spalle delle quali si reggono dei movimenti. Ora, se si pensa che il 75% degli italiani (ci mettiamo anche quelli che non hanno votato) hanno espresso le proprie preferenze non per un partito, ma per un capo, ci troviamo di fronte ad una situazione assolutamente catastrofica per un regime democratico.

 

Perché il fatto che un partito si identifichi con il suo leader deve essere per forza un male?

Se si identifica, va ancora bene. Il socialdemocratici si identificavano con Blair. Ma in Italia il leader non si identifica con nulla, perché il partito non c’è, esiste solo semplice la corrente d’opinione a sua disposizione. In una situazione del genere, non è sufficiente per garantire stabilità. Né per governare. Solo una struttura forte è in grado di canalizzare la corrente d’opinione e di istituzionalizzarla. In caso contrario, si è costretti a navigare a vista. E, con lo scenario che si è venuto a determinare dopo le elezioni, nessuno può pensare di farlo.

 

Crede che il fatto di non essere ancora un partito sia alla base del fallimento del Pd?



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COMMENTI
08/03/2013 - personalità altissime (Claudio Baleani)

Il PD non vuole sentir parlare di accordi tra partiti. Neppure di governo tecnico. Adesso cercano i voti con bersani. Domani vorranno un governo di altiiissssime personalità con un fortisssssimo senso delle istituzioni. Mi sono venuti in mente alcuni nomi: Vittorio Emanuele II oppure Armando Diaz. Cavour no. Ammesso che una di queste personalità altissime trovino i voti, non si tratta pur sempre di un accordo tra partiti? Quanto a Rodotà non ho niente da dire. Mamma mi ha detto che il pancotto non mi piaceva da piccolo. Su Zagrebelsky il caso è diverso perché lui rappresenta il concentrato del burocratismo al potere.