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Politica

IL CASO/ Quello che il cattolico Renzi non dice nella lettera a Repubblica

E' interessante capire quello che il rottamatore non dice, sottolinea LUCA GINO CASTELLIN. Il cristianesimo non è la ricerca di un’egemonia politica, ma la testimonianza di una presenza 

Matteo Renzi (InfoPhoto)Matteo Renzi (InfoPhoto)

Caro direttore, nel 1987, Fiorella Mannoia vinse il Premio della Critica a Sanremo con Quello che le donne non dicono. Scritta da Enrico Ruggeri e Luigi Schiavone, la canzone riscosse un certo successo, rimanendo per molte settimane nella classifica musicale degli singoli. Sul palco dell’Ariston, la cantautrice romana ricordava che se le donne dicono «una bugia è una mancata verità che prima o poi succederà», proprio perché se si trasformano un po’ «è per la voglia di piacere a chi c’è già o potrà arrivare a stare con noi».

Apparsa per la prima volta nell’album Canzoni per parlare, la bella canzone della Mannoia è paradossalmente attuale oggi alla vigilia dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica, in questa pericolosa fase politica che sta attraversando il nostro Paese.

In una lettera a Repubblica, entrando ancora di più nella mischia per il Quirinale, Matteo Renzi una qualche «mancata verità» per «la voglia di piacere a chi già c’è o potrà arrivare» ad "allearsi" con lui non esita a scriverla. Nel far ciò, non solo evidenzia le tensioni (quando non vere e proprie divisioni) del Pd, ma si sofferma sul rapporto tra fede e politica.

Al centro della missiva a Ezio Mauro (nella quale si scaglia legittimamente contro la candidatura di Marini, ma tace il suo appoggio a Prodi), Renzi costruisce abilmente una retorica – ma non molto convincente – difesa della laicità dello Stato.

Un tentativo un po’ maldestro, anche se (a prima vista) abbastanza efficace, di fare eco alla lettera che don Julián Carrón ha scritto il 10 aprile scorso sempre a Repubblica.

Accanto a un’analisi di ciò a cui il sindaco di Firenze accenna, è allora interessante capire proprio quello che il "rottamatore" non dice. Ha ragione Renzi quando afferma di dubitare «di chi riduce il cristianesimo a insieme di precetti, norme etiche alle quali cercare di obbedire e che il buon cristiano dovrebbe difendere dalle insidie della contemporaneità», oppure di ritenere molto più infimo chi «utilizza la propria fede per chiedere posti. Per pretendere posti. Per reclamare posti non in virtù delle proprie idee, ma della propria fede». Anche se questo atteggiamento «perdente» non è poi così frequente – come, invece, ritiene Renzi – nel mondo politico cattolico. Il cristianesimo non è la ricerca di un’egemonia politica, ma la testimonianza di una presenza.

Ed è proprio a questo livello che l’astuto ragionamento del rottamatore inizia a incrinarsi. Definendo un po’ furbescamente «gravissimo e strumentale» il fatto di poggiare una candidatura sulla fede religiosa, Renzi afferma con «orgoglio» il suo essere cattolico. Tuttavia, il tentativo «di vivere la fedeltà al messaggio e ai valori di Cristo […] davanti alla coscienza» somiglia vagamente e pericolosamente alla fiera rivendicazione di autonomia in cui si avventurò qualche anno fa il “cattolico adulto” Prodi. La fede è qualcosa di personale e privato (tanto che il sindaco di Firenze è costretto a fare «outing»), ma non può in alcun modo incidere sulla vita sociale, politica ed economica.