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REPUBBLICA/ La lettera: ben venga il cattolicesimo "adulto" di Renzi

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Caro direttore, ho letto con interesse l'articolo dell'amico dott. Luca Gino Castellin dal titolo “Quello che Renzi non dice nella lettera a Repubblica”.

Seppur divertito dall'incipit musicale e dal parallelo con le «mancate verità» del sindaco di Firenze, che sicuramente ci sono (è vero, Renzi tifa per l'ascesa al Colle dell'amico Prodi), sul prosieguo del pezzo invece vorrei proporre alcune puntualizzazioni. Partirei da una relazione a mio avviso stonata.

Quella che viene suggerita tra la lettera di Don Julian Carròn e quella di Matteo Renzi. Il sindaco fiorentino avrebbe tentato maldestramente di fare eco alla lettera del prete a capo di Comunione e Liberazione. Per rimanere in tema musicale credo che Renzi, rispetto a Carròn, coltivi, come cantano Le Orme in “Quante verità” «altre regole e altri sogni».

Carròn vive un momento complicato nel rapporto tra il movimento ecclesiastico che presiede, per le note vicende di cronaca, e la politica. Il prete spagnolo infatti deve e vuole porre un confine netto e definito tra fede religiosa e potere politico. Per Matteo Renzi è tutto il contrario. Lui è nel mondo politico e vuole giocare finalmente in serie A, vuole fare il premier. Certo il suo ragionamento risente dell'interesse per la propria carriera politica. Questo è innegabile. Ma in fondo Renzi non fa il prete e non presiede congreghe religiose. È un politico e come tale parla.

A volerla dire tutta Carròn scrive le sue lettere a Repubblica proprio perché, non è un segreto, in Cl è capitato che qualcuno abbia «utilizzato la propria fede per chiedere posti. Per pretendere posti. Per reclamare posti non in virtù delle proprie idee ma della propria fede», ma sarebbe meglio dire appartenenza. Proprio Carròn scriveva, in una delle sue missive, usandolo come monito rivolto ai ciellini, che «il cristianesimo non è la ricerca di un'egemonia politica». Perché questa frase viene rigirata all'indirizzo di Renzi?

Per lui tutto questi pregressi non esistono. Nella sua lettera ha fatto un valutazione meramente politica. La fede non può essere una questione lobbistica e di scambio di poltrone. Tutto qui. Proprio come oggi, sempre su Il Sussidiario, sottolinea Salvatore Abruzzese.

Il parallelo tra le due missive non regge. Come poi il sostegno di cui godrebbe Renzi da parte di Prodi si converta nella definizione ignominiosa di "cattolico adulto” resta francamente un mistero.

Come altrettanto misterioso sia l'interesse e l'utilità di questo esercizio di elargire patenti di cattolicità ai politici. Già perché il cuore dell'articolo, comprese le lunghe citazioni di Papa Benedetto XVI mirano proprio a certificare che Matteo Renzi sia un finto cattolico. Uno di cui c'è poco da fidarsi.

Come si può dire questo? Dopo aver fatto parlare Benedetto XVI viene calata la briscola: i principi non negoziabili. Prima di parlare di fede e politica il furbastro toscano ci dica se è disposto a sacrificare la propria carriera politica per la difesa della vita e del matrimonio tra uomo e donna. E qui, mi dispiace, ma si entra nel cuore del fallimento dei politici cattolici degli ultimi 60 anni. Perché se è vero che siano importanti questi valori innegoziabili e altrettanto vero che l'innegoziabilità è stata intesa in modo talmente sterile dai parlamentari amici della Chiesa da diventare un'arma a doppio taglio.



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