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PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA/ La sconfitta di Marini è una vittoria dell’Italia peggiore

Per MONICA MONDO, a tramontare insieme alla candidatura di Franco Marini è l’illusione che oggi l’Italia potesse ripartire dalle origini che l’hanno fondata, un patto di saggezza e realismo

Franco Marini (InfoPhoto) Franco Marini (InfoPhoto)

Spiace per Franco Marini, una brava persona e una persona tenace, triturata dalle divisioni di un partito che lui aveva contribuito a fondare, fidandosi dell’anima popolare dominante in questo paese, l’anima che lui ha sempre rappresentato, nel sindacato, in politica. L’illusione che oggi come un tempo l’Italia potesse ripartire dalle origini che l’hanno fondata, un patto di saggezza e realismo tra le forze radicate tra la gente che dalla gente e per la gente sono nate e vogliono operare.

E invece, gli eredi dei gloriosi Dc e Pci non hanno più la stoffa, l’intelligenza e il cuore. Dilaniati da interessi personali o di bottega, sospettosi l’uno dell’altro, e anche nelle loro schiere, incarogniti da battaglie ad personam di cui la gente s’è stancata e non vede il fine. Non hanno saputo stare insieme, il bianco e il rosso, tentati da spinte centrifughe che hanno visto fallire prima lUlivo, poi i suoi derivati, che il populismo muscolare di Grillo ha sbandato verso un radicalismo divisivo.

Ha ragione qualche residuo di buon senso della nostra politica, a ricordare che in Italia il germe del fascismo cova sotto la brace, s’innesta sul malcontento, lo cova, lo sfrutta, lo fa esplodere. Non importa se il termine storicamente sia in disuso, sbandierato al più da chi evoca fantasmi per alimentare le piazze. E’ uno status, una costante della nostra politica, e meno male che finora i vaffa e lo spirto distruttivo sono stati contenuti dall’equilibrio di un Parlamento forse non brillante, forse non esemplare, ma certamente attrezzato alla diplomazia, al confronto democratico e capace di annusare i pericoli nell’aria. Oggi non è così, e avanzano schiere di giovani arroganti e presuntuosi, che sulla base di una superiorità anagrafica chiedono di rovesciare il sistema. Dopo, non sanno che fare, ma intanto rovesciano.

Appoggiandosi con più o meno coscienza ai soliti poteri forti che subdolamente dominano da settant’anni la vita del paese. Quell’azionismo che ha dato i suoi uomini ai vertici dello Stato, delle sue partecipate, delle banche, che siede nelle lobbies che contano a livello internazionale, che vanta una grandeur morale indiscutibile, che affida loro di diritto ai ruoli guida, i ruoli chiave. Ne abbiamo seguito le gesta grazie al consenso della grande stampa, dell’alta cultura, venata di quel radicalismo chic che svilisce quel popolo che vorrebbe cambiare. Quel popolino che vota Berlusconi o frequenta ancora le feste dell’Unità, per intenderci, che affolla le feste di paese, meglio se con vescovo e sindaco insieme, e storce il naso davanti a tecnici e professorini dell’ultim’ora che pretendono di spiegarci e migliorarci la vita. Cosa che non è mai avvenuta.