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LETTERA A REPUBBLICA/ Renzi e il cattolico al Colle? Non gli interessa, fa solo politica

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E se questa operazione andasse in porto, Matteo Renzi dovrebbe smettere il riscaldamento e risedersi in panchina. Faccio fatica a leggere altro tra le righe dell’articolo apparso il 15 marzo scorso sul quotidiano di Ezio Mauro. Faccio fatica a leggere una riflessione sull’impegno del laico cristiano in politica, a mio avviso del tutto estranea all’intento originale di Renzi. Mi sembra piuttosto che Renzi abbia parlato alla nuora perché la suocera intendesse. E lo dico con rammarico, non certo per correggere i due amici che hanno sviluppato un dibattito importante su queste pagine.

Lo dico con rammarico perché sarebbe interessante, invece, cogliere lo spunto dell’altra lettera, quella apparsa sempre su Repubblica lo scorso 10 aprile e firmata da don Julián Carrón. Sarebbe interessante per pensare alla natura del contributo che un cristiano impegnato in politica può portare in questa fase delicata della vita del Paese. Chi scrive è stato eletto al Consiglio comunale di Milano nel maggio 2011. Stando all’opposizione di una sinistra che, in mancanza di fondi e trasferimenti statali, passa i mesi a sventolare di fronte al proprio elettorato le bandierine ideologiche delle unioni civili e del biotestamento, mi interrogo spesso sulla natura della mia presenza in Consiglio. Benché ami molto vestire i panni del defensor civitatis, non posso ignorare che questo piacere dura lo spazio di tempo che graziosamente la maggioranza mi concede, per poi procedere rapidamente all’approvazione di delibere molto povere dal punto di vista amministrativo e ricchissime dal punto di vista simbolico. E quando tutto finisce rimane lo scenario di fondo: la città non è governata, ma ciascuno agita molto i propri “feticci”. E sollevandomi con lo sguardo al di là della siepe “ambrosiana” non posso non notare che molti dei problemi che il Paese oggi vive sono dovuti al fatto che tanti hanno agitato spauracchi in faccia ai propri avversari politici per troppo tempo.

Ciò significa che devo rinunciare a dare battaglia sui valori non negoziabili? Nient’affatto: da come si concepiscono l’uomo e la vita dipende il destino di una società. Sono ben consapevole di questo. Credo, però, che sarebbe riduttivo per la mia esperienza politica e per il bene della mia città se mi limitassi ad interpretare la caricatura di “quello che difende i principi non negoziabili”. E questo perché il cattolico non è colui che ha in appalto la gestione di alcune tematiche sensibili, ma è innanzitutto qualcuno che viene identificato con l’atteggiamento problematico che emerge di fronte a tutte le sfide che la realtà gli pone. I miei concittadini avrebbero ragioni valide per rivotarmi se, a fronte di uno spareggio di bilancio di 437 milioni, concentrassi tutta la mia attenzione solo su tre delibere istitutive un registro comunale per la raccolta di testamenti biologici privi di qualunque valore giuridico e amministrativo e, dunque, nemmeno vincolanti? Penso proprio che non ne avrebbero. 


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COMMENTI
19/04/2013 - Un segno di speranza (Antonio Autieri)

Ottima analisi, anche storica, e soprattutto un grande segno di speranza. Se ci sono ancora politici, in questo caso anche giovani, con questo cuore e questa ragione, si può (prima o poi) uscire dal tunnel in cui la politica italiana si è ficcata.