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NAPOLITANO & I SAGGI/ 1. Ecco perché Pd e Pdl non li vogliono

Giornali e tv hanno travisato - d’accordo con Pd e Pdl - l’iniziativa di Napolitano di nominare dieci “saggi” col compito di elaborare un base minima di governo e riforme. ALBERTO GAMBINO

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La decisione del presidente Napolitano di farsi coadiuvare da due gruppi di lavoro per sbloccare la crisi politica che sta colpendo il nostro Paese va letta dentro il contesto politico di tre minoranze parlamentari i cui leader si rifiutano di aprirsi al confronto. Non senza però premettere che, da un punto di vista mediatico, la nomina delle due commissioni è stata travisata da gran parte dell’establishment del giornalismo italiano, il quale ha semplificato che sono stati nominati dieci “saggi” e, una volta etichettati così, ne ha stigmatizzato il profilo inadeguato per risolvere con autorevolezza una crisi assai complicata.

In realtà, come anticipato dal presidente Napolitano, si tratta di personalità diverse per aree politiche e competenze, e non “saggi”. Sono cioè politici ed esperti che, in parte, sono espressione dei gruppi parlamentari che potrebbero dare la fiducia ad un eventuale nuovo governo e, in parte, sono tecnici, anche di area o vicinanza partitica. Un mix, dunque, di rappresentanza politica e competenza in grado di dialogare con i partiti di riferimento e, soprattutto, tra di loro, nel tentativo di formulare una piattaforma di contenuti minimi intorno alla quale fissare pochissimi punti condivisi per un governo che faccia alcune cose essenziali, a cominciare dalla legge elettorale, per poi andare a nuove elezioni. 

Non sono dunque saggi che dall’alto della loro sapienza daranno magicamente vita ad un nuovo esecutivo, ma dieci persone che, legate a doppio filo ai gruppi dirigenti del Paese, possono accendere quel dialogo oggi totalmente spento tra le uniche forze in grado di dar vita ad un nuovo esecutivo, cioè Pd e Pdl. Né ci si può rammaricare che in questi gruppi di lavoro non ci siano esponenti grillini, avendo il M5S escluso qualsiasi appoggio ad un governo che non sia esclusivamente sua espressione. 

Anche la critica che il presidente Napolitano avrebbe disatteso il percorso costituzionale che vede nelle consultazioni e nell’incarico ad un potenziale premier l’unica forma di gestione della crisi è malposta. Da un lato, perché le consultazioni, che sono una prassi e non dettato costituzionale, non precludono al Capo dello Stato di confrontarsi informalmente con altre personalità ed esponenti politici, dall’altro, perché ci troviamo davanti ad una vicenda che mai si era proposta nella storia repubblicana: che ad elezioni appena celebrate non ci sia una, pur risicatissima, maggioranza parlamentare. Con l’elemento di ulteriore complicazione istituzionale che, pur non essendoci una maggioranza politica, una legge elettorale con un premio abnorme alla Camera ed un regolamento con un ballottaggio pensato per un assetto bipolare al Senato, hanno consentito di eleggere due presidenti delle Camere espressione di una sola delle coalizioni.