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SCENARIO/ Il piano di Napolitano per sventare il "golpe" del Pd

Giorgio Napolitano (InfoPhoto) Giorgio Napolitano (InfoPhoto)

Tanto più ci si deve allontanare dalle origini comuniste e tanto più si ha l’ansia di essere rilegittimati come “autenticamente socialisti”, come “diversi” e “non integrabili”. È un contrasto che già si vedeva “in nuce” nella riunione del vertice comunista del novembre 1989 con Giorgio Napolitano che sollecitava ad essere “parte integrante” dei partiti socialdemocratici europei e i seguaci di Occhetto che guardavano alla “sinistra sommersa e dispersa”, ai movimenti dell’estrema sinistra europea.

È così che Giorgio Napolitano, come Capo dello Stato, si è trovato Pierluigi Bersani che come futuro premier pretendeva di governare oggi, nell’attuale crisi nazionale e mondiale, il nostro Paese con Vendola e grillini dando priorità ai matrimoni gay e all’ineleggibilità del proprio rivale superato con lo 0,37 per cento e che è di nuovo in testa nei sondaggi. La governabilità di Bersani appariva agli occhi dell’inquilino del Quirinale un ministero “allo sbando”, capace di atti punitivi e simbolici e del tutto imprevedibile circa le riforme economiche e istituzionali non più rinviabili.

Al termine dell’incontro Bersani ha rifiutato di gettare la spugna ed avrebbe anzi sollecitato il Presidente della Repubblica a farsi da parte. 

La discesa in campo di Quagliariello e Violante insieme a Mauro e Giorgetti non sembra frutto di una disponibilità offerta come “fuoriusciti”, ma lascia sperare che si esca da quel che Vladimir Lenin definiva “malattia infantile”. La differenza tra bolscevichi e giacobini era appunto la categoria chiamata “negoziato”.

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