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SPILLO/ L’Italia, una Repubblica fondata sulla "conventio ad excludendum"

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De Gasperi altro non sarebbe stato che un usurpatore impostoci dall'imperialismo americano e il Patto Atlantico il coronamento di quel tradimento. Se pensiamo ad un certo pacifismo nostrano, che pure negli ultimi anni ha sfilato per le strade delle nostre città esclusivamente contro taluni conflitti chiudendo gli occhi di fronte ad altri, si capisce bene come quella mentalità incida molto ancora oggi negli orientamenti e nei giudizi di buona parte dell'elettorato della sinistra. Eppure lo stesso Pci fu oggetto - anche qui, non senza valide ragioni - della "conventio ad excludendum", a causa del suo legame a doppio filo con l'Urss, un totalitarismo nemico della libertà e minaccioso nei confronti dell'Europa occidentale. Il sistema democratico parlamentare portò questa "conventio" sino alle estreme conseguenze: nel momento più drammatico della vita repubblicana, coinciso con il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, si giunse a formare il terzo governo Andreotti grazie alla "non sfiducia" del Partito di Berlinguer.

Con l'avvio della Seconda Repubblica, invece, la "conventio ad excludendum" passa dalle ideologie alle persone, perdendo completamente la sua aurea (semmai l'abbia veramente avuta) di nobiltà. Berlusconi, l'outsider della politica italiana fino al 1994 esterno alle logiche partitiche della Prima Repubblica, è per sua natura sconosciuto all'arco costituzionale, per quanto questa espressione abbia ancora senso all'indomani della caduta del muro di Berlino. Non solo, ma egli aggrava la colpa: sdogana gli esclusi per eccellenza, gli eredi del Msi, portando questi al governo del Paese. Immediatamente le categorie di fascisti ed antifascisti vengono facilmente sostituite con quelle di berlusconiani ed antiberlisconiani. Il suffisso "anti-" gode in larga misura di qualunque giustificazione tra le file dell'intellighenzia, giacché la sua ragione ultima sta nell'opposizione a ciò che incarna il male della società.