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SPILLO/ L’Italia, una Repubblica fondata sulla "conventio ad excludendum"

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Il male che attanaglia la nostra vita democratica si chiama "conventio ad excludendum". È una patologia che ha sicuramente paralizzato la Seconda Repubblica, ma viene da lontano. Alcuni le hanno attribuito origini nobili, poiché il virus si è insinuato già durante gli alti dibattiti in occasione della Costituente. Poi, però, esso si è espanso nel corpo dello Stato fino divenire criterio a guida delle scelte politiche di quanti, anche a oltre 60 anni dall'approvazione della nostra legge fondamentale, sono chiamati a responsabilità di governo. Tanto che il Presidente Napolitano parla di "scontri totali e paralizzanti", quale esito di "antiche e profonde divergenze e contrapposizioni". Ma cos'è questa "conventio ad excludendum"? È l'idea che l'avversario non è legittimato a governare. Di più: l'avversario è l'origine stessa dei mali della società. Durante la Prima Repubblica c'erano anche valide ragioni per sostenere questa tesi (da qui l'attribuzione di "origini nobili" di cui sopra). La Costituzione antifascista poneva fuori dall'arco costituzionale, appunto, ogni forza politica che si fosse richiamata all'esperienza fascista. Tale fu il motivo per cui il Msi fu escluso da qualunque dialogo o anche solo confronto con gli altri partiti. Il problema di sostanza è che, nel linguaggio "doppio" tipico di Palmiro Togliatti, "antifascista" doveva coincidere per forza con "comunista". E la spiegazione è presto data: dacché il fascismo altro non sarebbe stato che il culmine della società capitalista, i veri antifascisti dovevano essere identificati anche come autentici anticapitalisti. Da qui la "conventio ad excludendum" da parte del Pci verso tutte quelle forze che pure parteciparono alla lotta di Liberazione dal nazifascismo sotto la spinta degli ideali nazionali, cristiani, liberali, monarchici o militari. Alcune stragi troppo spesso taciute, come l'eccidio di patrioti delle formazioni Osoppo a Porzûs per mano di partigiani comunisti, altro non sono che la triste testimonianza di quella logica perversa. Nella vulgata, in fondo, ancora oggi vale l'idea che la Resistenza sia stata una sorta di rivoluzione del proletariato tradita.



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