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DIMISSIONI BERSANI/ Dalla "Bolognina" ad Amendola, la fine di un equivoco

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Pier Luigi Bersani (InfoPhoto)  Pier Luigi Bersani (InfoPhoto)

Il tutto si risolse, ideologicamente, nella scelta della “questione morale” agitata nell'ultimo Pci berlingueriano e poi ripresa come “bandiera da sventolare” nel postcomunismo, insieme a un generico anticapitalismo (pur con qualche “strizzatina d'occhio” alla finanza in voga nel periodo clintoniano) e a una retorica stucchevole sulla trasparenza e l'anti-inciucio. Dice oggi Massimo Cacciari: seminando vento, si raccoglie tempesta. Il postcomunismo chiedeva trasparenza? E' arrivato uno come Grillo con i suoi ragazzi cresciuti nel “semplicismo”, come ha scritto Ernesto Galli della Loggia, che chiedono ancora più “trasparenza”. Scelte politiche? Accordi per riformare il sistema? Politiche economiche di crescita? Strategie contro il dilagare del capitale finanziario? Le risposte sono solo state confuse e quasi da prendere in secondo ordine.
Guardiamo il percorso di Bersani in questo ultimo anno e mezzo. Bersani fa parte del personale politico cresciuto nella pratica del riformismo emiliano, coperto spesso da una demagogia quasi staliniana come riferimento lontano e inattuabile. Il meccanismo ha sempre funzionato fin dai tempi del mitico sindaco di Bologna, Giuseppe Dozza. Vi è da aggiungere che Stalin fortunatamente non c'è più e il riferimento ideologico non ha mai incrinato la pratica riformista.
Bersani, con ben altri riferimenti ideologici, ha continuato in altro periodo questa tradizione. Fuori dai suoi “confini emiliani”, Bersani ha poi sposato ed è stato anche “sponsorizzato” dal “partito Repubblica”, che predica da anni l'ossessione (ideologica o per concreti interessi?) verso alcuni personaggi della politica italiana. Il matrimonio è durato per un po' di mesi, ma in questo ultimo periodo è saltato.
Ma in tutto questo periodo Bersani che cosa ha fatto ? Per un anno e mezzo ha costruito, mentre Silvio Berlusconi era “politicamente morto”, non un centrosinistra, ma uno schieramento di sinistra. dove Niki Vendola con la sua “Sel” aveva un peso strategico decisivo nel cosiddetto centrosinistra. Si è cullato su “primarie” che assomigliavano più a marketing politico che a un reale dibattito politico, pensando di vincere “in carrozza” le elezioni. Alla fine, di fatto ha perso. Di fatto, con il risultato elettorale del 24 febbraio, è l'unico vero sconfitto.
Poi ha insistito per due mesi a inseguire i voti “grillini” per fare un governo di minoranza, invocando una sorta di “moralizzazione della vita pubblica” e ubbidendo a un riflesso condizionato del vecchio Pci: nessun nemico a sinistra. Soprattutto, in questi tempi, sulla “questione morale”. Il risultato, alla fine, era inevitabile, perché la storia presenta sempre i suoi conti e la politica non ammette “vuoti”, che non possono essere riempiti da una generica moralizzazione, da una generica battaglia solo contro la “casta” politica, senza tenere conto della realtà e delle forze in campo. Così facendo Pier Luigi Bersani, fuori dai confini emiliani, ha dimenticato tutto il suo pragmatismo riformista.
Detto per inciso, questa non è affatto una buona notizia: per il futuro del Paese e per il futuro di una sinistra “non lunare” anche in Italia.



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