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Politica

DIMISSIONI BERSANI/ Dalla "Bolognina" ad Amendola, la fine di un equivoco

Le dimissioni di Bersani sono solo l'ultimo capitolo della storia del PD che rischia di essere anche la conclusione dell'esperienza nata dalle radici del PCI. Ne parla GIANLUIGI DA ROLD

Pier Luigi Bersani (InfoPhoto)Pier Luigi Bersani (InfoPhoto)

La notizia, quasi scontata, è piombata dentro alla crisi politica italiana, aggravandola ulteriormente, alle dieci di sera, dopo la debacle della candidatura di Romano Prodi nel quarto scrutinio per l'elezione del Presidente della Repubblica. Mentre i “grandi elettori” del Pd affluivano al Teatro Capranica per l'ennesima riunione decisiva, arrivavano prima le dimissioni del presidente Rosy Bindi, con una nota anche polemica sulla linea del partito (chissà lei dove stava), e poi quelle del segretario Pier Luigi Bersani. La riunione durava circa un quarto d'ora, dove Bersani, annunciando le dimissioni dopo “il voto per il Colle”, si riservava un amaro sfogo: uno su quattro di tutti voi ha tradito. Due giorni di passione, di speranze, di illusioni, di grande tristezza per l'ex segretario. Prima la “buona novità” di Franco Marini, naufragata nel giro di 12 ore; poi la virata di 180 gradi su Romano Prodi, mentre stazionava niente meno che nel Mali per conto dell'Onu, anche quella affondata quasi con il clangore documentato dal risultato del voto, sfiancato da oltre cento “franchi tiratori”.
Si è compreso in quel momento, guardando i volti dei dirigenti del Pd che uscivano da Montecitorio, ascoltando la dichiarazione di Prodi (“Qualcuno deve assumersi la responsabilità”), che il percorso di Bersani era arrivato al termine. Ma forse le dimissioni rappresentano qualche cosa di più che la fine di una segreteria. Probabilmente si entra in una fase in cui si devono fare i “conti con la storia” e con quello che molti hanno chiamato “l'equivoco” del Pd, oppure “non il partito democratico, ma solamente un comitato elettorale”.
A conti fatti, la somma tra i post-comunisti e i post-democristiani di sinistra, emersa in questo anni di “seconda repubblica”, si è rivelata solo un surrogato, poco convincente, del vecchio catto-comunismo italiano. Una sorta di “ircocervo” sopravvissuto, che non è mai riuscito a convincere l'elettorato italiano e a incidere politicamente. E' come se dopo la famosa “svolta della Bolognina” per il vecchio Pci e dopo la “liquidazione” di quello che restava della Dc, siano confluiti insieme più i difetti che i pregi di due grandi tradizioni storico-politiche. Senza alcuna innovazione necessaria ad affrontare il presente e il futuro della società italiana. Ancora nel momento della “svolta della Bolognina”, il vecchio Pci cambiò nome, fece l'ennesima “svolta”, ma si guardò bene dal fare una profonda revisione come molti dirigenti del vecchio Pci (Napolitano, Macaluso, Chiaromonte, Cervetti) reclamavano da anni.
La prima “revisione” profonda la chiese Giorgio Amendola nel comitato centrale del novembre 1961, sfidando Palmiro Togliatti. Amendola fu rimosso dall'incarico all'importante ufficio dell'Organizzazione. Poi Amendola la ribadì con un articolo del 17 ottobre del 1964 su “Rinascita”, dove proponeva l'unificazione di tutte le forze di sinistra nel “superamento del leninismo”. Da quel momento nacque nel Pci la “questione Amendola”, che si concluderà drammaticamente nel comitato centrale del Pci del novembre 1979, quando il “vecchio e solitario leone”, figlio del grande leader liberaldemocratico ucciso dal fascismo, Giovanni Amendola, condusse una battaglia solitaria contro l'estremismo di sinistra, presente anche nel sindacato. Vecchio e malato (morirà dopo pochi mesi, probabilmente dopo aver scritto una lettera di dimissioni dalla Direzione del partito), Amendola restò solo, aggredito letteralmente da Enrico Berlinguer, e dimenticato anche da uomini come lo stesso Giorgio Napolitano e Luciano Lama, che non si distinsero in quel momento per coraggio e coerenza.