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ELEZIONI QUIRINALE/ Franchi: al Pd non resta che votare la Cancellieri

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Prodi resta in Africa. Lo ha deciso lui, ritirando la sua candidatura. Non l’avesse ritirata, a dire il vero, non sarebbe cambiato nulla. Un gesto formale, più che altro. Dopo la clamorosa sconfitta, ricandidarlo avrebbe sfiorato il ridicolo. Gli servivano 504 voti, il centrosinistra, compresi i delegati regionali, le autonomie, i parlamentari del gruppo misto e un senatore a vita, arrivava a quota 499. Gliene mancavano, in teoria, solo 5. In pratica, gliene hanno sottratti 101. E, questa volta, erano senza ombra di dubbio quelli del Pd. Sel, infatti, ha fatto sapere che avrebbe reso le proprie schede riconoscibili, scrivendo “R. Prodi”. Così è stato. Le schede coincidevano. I parlamentari di Pdl, Lega e Fratelli d’Italia, invece, erano fuori dall’Aula, in segno di protesta. Insomma, l’ex presidente della Commissione europea è stato vittima del fuoco amico. Proprio come Marini. Ora, che alternative restano al Pd per non andare definitivamente in frantumi? Lo abbiamo chiesto a Paolo Franchi, giornalista de Il Corriere della Sera.

Cos’è accaduto al partito di Bersani?

Sia a destra che a sinistra, viene rimproverato aspramente al Pd di stare celebrando il proprio congresso nell’occasione meno indicata. Un rimprovero fondato ma, tutto sommato, benevolo. In realtà, infatti, in un congresso di partito le divisioni sarebbero decisamente meno violente di quelle a cui stiamo assistendo in questi giorni. La divisione, in particolare, verte fondamentalmente sull’ipotesi di avere un’interlocuzione o meno con il Pdl. Si tratta, a dire il vero, di due prospettive opposte che riflettono due visioni circa la concezione del partito e il ruolo che deve assumere all’interno della società del tutto inconciliabili.

Com’è possibile tutto ciò?

Guardi, il fenomeno non è identificabile secondo le categorie classiche della politica, ma, piuttosto, sembra avere a che fare con l’insondabile psicologia delle fazioni in campo. Francamente, per esempio, trovo incomprensibile il fatto che Bersani si sia presentato di fronte all’assemblea del partito dicendo: “ho una meravigliosa sorpresa” e, poi, abbia fatto il nome di Marini. Un gesto privo di qualsivoglia strategia politica, più consono alla commedia all’italiana. Come se non bastasse, all’annuncio, tutti si sono alzati in piedi ad applaudire l’ipotesi del segretario, per poi far mancare i voti al candidato indicato. Il giorno dopo è accaduto lo stesso con Prodi. Una candidatura che rifletteva una prospettiva opposta a quella di Marini. Anche in quel caso, tutti in piedi ad applaudire, per poi silurarlo.

A questo punto, cosa resta da fare al Pd?



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