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FALCE & MARTELLO/ E ora il Pd va in Barca?

Pubblicazione:domenica 21 aprile 2013

Fabrizio Barca (InfoPhoto) Fabrizio Barca (InfoPhoto)

Stato e partiti sono “fratelli siamesi”, che bloccano la società civile, la democrazia, la diffusione e la sintesi delle conoscenze per il governo. La macchina dello Stato è attardata su un modello autoritario di governo della cosa pubblica, estranea agli strumenti della democrazia deliberativa, detentrice monopolistica della conoscenza per governare. Arroganza cognitiva, appunto. I partiti sono diventati un pezzo dello Stato, hanno generato finanziamento pubblico, hanno colonizzato l’amministrazione, hanno esercitato patronage e clientelismo, sono diventati utilities di Stato, pertanto anche al riparo dei rischi di privatizzazione.

Come uscirne? Barca delinea una terza via tra il liberismo, che pretende di risolvere il problema della macchina pubblica riducendola al minimo, e la vecchia socialdemocrazia, che invece ha dilatato la macchina pubblica mai revisionata da nessuno dall’epoca del fascismo. L’errore comune alle due visioni è l’idea che solo pochi possano disporre della conoscenza per prendere le decisioni necessarie per il pubblico interesse. Questo errore è condiviso anche dalla tecnocrazia degli organismi internazionali, compresi quelli europei. La necessità di cambiare il modello dei pochi, tecnocratico-liberista o socialdemocratico, nasce da due fattori relativamente nuovi: la diffusione sociale delle conoscenze e l’ipertrofia dell’Io. Detto in altre parole: il cittadino dispone di una quantità maggiore di conoscenze rispetto al passato prossimo, anche grazie alla diffusione della Rete, e pretende (ecco l’ipetrofia!) di farle valere in modo individualistico, senza confrontarle. La terza via di Barca si chiama “sperimentalismo democratico”, sintesi tra il minimalismo liberal-tecnocratico e il paternalismo socialdemocratico. Strumento decisivo ne diviene il nuovo partito, che sia in grado di sfidare lo Stato stesso, perché è in grado di attivare una “mobilitazione cognitiva”, cioè di raccogliere e far confluire i rivoli di conoscenza di governo, di cui ciascun cittadino dispone. 

Qui si fa più dura la critica alla tecnocrazia – dietro la quale fa capolino il volto di Monti, ma anche quello di Barca , imputata di essere sia contro il principio di competenza sia contro il principio di rappresentanza. No, dunque, al governo illuminato dei pochi, delle “élites estrattive”. Il partito deve diventare un partito-palestra delle conoscenze, deve separare il funzionariato dalla dirigenza politica. Per fare cosa? In primo luogo, per costruire la nuova macchina dello Stato. Con questa conclusione si chiude il cerchio aperto all’inizio: solo una nuova forma-partito può consentire un buon governo del Paese. Fin qui, dunque, le 56 pagine del documento, fornito di Addendum finale, che sintetizza i principi di filosofia politica alla base dell’intera elaborazione. In particolare, si deve sottolineare l’affermazione che il partito – che in tutto il documento è in realtà esplicitamente inteso come “partito della sinistra” – non ha come propria finalità ultima la costruzione di un modello superiore di società, bensì e più modestamente quello di una “società migliore”. Insomma: dal comunismo alla socialdemocrazia. 


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