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Politica

FALCE & MARTELLO/ E ora il Pd va in Barca?

Fabrizio Barca (InfoPhoto)Fabrizio Barca (InfoPhoto)

Che dire? La sensazione generale che si ricava è duplice: per un verso, vengono riproposti con lessico nuovo, adeguato ai tempi, i temi che sono stati oggetto di elaborazione e di discussione nel vecchio Pci, già dagli anni 80, quando più aspro si fece lo scontro culturale tra la tendenza socialdemocratica, guidata da Giorgio Napolitano, e quella maggioritaria di Enrico Berlinguer e successori. Per altro verso, il documento pare fermarsi sulla soglia metodologica, così da risultare reticente sulle due questioni fondamentali: come separare i partiti dallo Stato e come cambiare la macchina dello Stato? Quanto alla riformulazione delle discussioni e degli scontri degli anni 80 e 90, è da segnalare il recupero del famigerato, dal punto di vista berlingueriano, “meliorism” della filosofia politica democratica americana, che in Italia divenne la cultura della corrente migliorista. Ritorna qui la “terza via” di A. Giddens, che ispirò l’esperienza di governo e di partito del “New Labour” di Tony Blair e della “Neue Mitte” – il nuovo centro – del socialdemocratico Schroeder, ma anche del nuovo Partito democratico di Clinton. Il reaganismo e il thatcherismo non venivano demonizzati, se ne coglievano le istanze positive, mentre si mettevano in evidenza i limiti della socialdemocrazia classica.

Lo “sperimentalismo democratico” del 2013 occupa lo stesso spazio concettuale. Lo stesso si deve dire della ripresa delle elaborazioni di Sabino Cassese riguardo allo Stato e della cultura politica di denuncia della partitocrazia. Naturalmente, non si dovrebbe sottovalutare il fatto che il documento di Barca potrebbe finalmente contribuire all’affermazione della cultura politica migliorista anche nell’attuale Pd. Certo, con un ritardo di trent’anni, venti dei quali occupati nel frattempo dal berlusconismo e, quel che più conta, dal declino del Paese. Benvenuto Barca tra noi!, verrebbe voglia di dire da parte di un antico migliorista.

Tuttavia, il documento tace sui punti decisivi della riforma dello Stato e perciò dei partiti. Già l’uso del termine “perverso”, che ritorna più volte nel testo, segnala che Barca non ha fino in fondo compreso che l’intreccio partiti-Stato non è affatto perverso, giacché è la logica e fatale conseguenza dell’assetto istituzionale definito nella Costituzione del ’48. I partiti hanno deciso per sé una collocazione centrale nel sistema istituzionale, attribuendosi sia il potere di proporre la rappresentanza sia il potere di formare il governo. La fratellanza siamese sta scritta in filigrana nella “Costituzione più bella del mondo”. Che, pertanto, risulta bella, ma almeno un po’ “perversa”. Perché la storia della Costituzione materiale è andata in ben altra direzione. Il primato dei partiti, poi nobilitato in “primato della politica”, ha comportato una presenza crescente e pervasiva dei partiti nell’Amministrazione, nelle banche, nei giornali, nella Rai, nelle Partecipazioni statali, nell’Università, nel sistema culturale ecc... Ora, c’è un solo modo per ricondurre i partiti ad una dimensione più limitata: quella di togliere loro il potere di formare la rappresentanza e il governo. Si tratta di riconoscere agli elettori il potere di scegliere direttamente il capo di Stato e di governo – il presidenzialismo – così che si possa passare “dalla repubblica dei partiti alla repubblica dei cittadini”. E di scegliere direttamente i loro rappresentanti, mediante collegio uninominale a un turno o a due turni.