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FALCE & MARTELLO/ E ora il Pd va in Barca?

Fabrizio Barca (InfoPhoto) Fabrizio Barca (InfoPhoto)

Dunque: occorre passare dalla repubblica parlamentare alla repubblica presidenziale. Abolire il finanziamento pubblico o dimezzare i deputati non serve a nulla, se i partiti mantengono la centralità istituzionale, che la Costituzione ha garantito loro. Su tutto ciò Barca tace. Così come tace sull’altra questione, quella della riforma di un’Amministrazione arcaica e autoritaria. Giacché tale riforma non è possibile, senza modificare radicalmente lo Stato amministrativo: accorpare i Comuni, abolire tutte le Province, ridurre a metà circa le Regioni. La parola federalismo non compare neppure una volta! Quale conclusione? Il documento di Fabrizio Barca resta l’espressione di una tecnocrazia colta, intelligente e stato-centrica. 

Una cosa è certa: i dilemmi che si presentarono al Pci nel 1989 e che non ha sciolto negli ultimi 24 anni, nonostante il trasmigrare da una sigla all’altra – Pci/Pds, Pds, Ds, Pd – sono di nuovo qui davanti, irrisolti. Il documento ha il pregio di una pars destruens limpida. Quella construens per il momento non appare. Del resto, convincere la sinistra del Pd, i vendoliani e i grillini di sinistra e gli ingroiani che occorre abbandonare lo statalismo non sarà facile. Barca lo dice, ma non spiega come farlo.

La denuncia del catoblepismo è rimasta catoblepica? O catoblepistica?

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