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DISCORSO NAPOLITANO/ Lupi: la Repubblica non è morta, alla faccia dei "golpettini" di Grillo

Contrariamente a come la pensa Beppe Grillo, la Repubblica non è morta, anzi, ha dato un segnale di vitalità. MAURIZIO LUPI commenta la nuova elezione di Giorgio Napolitano

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Contrariamente a come la pensa Beppe Grillo, la Repubblica non è morta, anzi, ha dato un segnale di vitalità. Dopo le pessime figure cui si è masochisticamente sottoposto il Partito democratico, prima con la bocciatura di Franco Marini, loro leader storico, una persona con un curriculum indiscutibile di vicinanza al mondo del lavoro negli anni del sindacato e di sobria rappresentanza nelle istituzioni come presidente del Senato, poi con quella di Romano Prodi, per ben due volte presidente del Consiglio di governi di centrosinistra. Marini era persona che univa, e per questo è stato sacrificato sull’irrazionale altare dell’antiberlusconismo. Prodi era persona che divideva il Paese, ma alla sua elezione i parlamentari del Pd hanno preferito un regolamento pubblico del loro congresso di partito.

A questo punto un salutare ritorno dell’idea di responsabilità, di bene della nazione che viene prima degli interessi di parte, ha permesso di concordare la richiesta al presidente Napolitano di accettare un secondo mandato. Questa proposta gli era già stata avanzata, ma egli aveva sempre opposto il suo diniego. La drammaticità della situazione, “il sentimento di non potersi sottrarre ad una assunzione di responsabilità verso la nazione” e la condizione che “ora tutti onorino i propri doveri” l’hanno indotto ad accettare la rielezione, avvenuta con ampia e libera maggioranza.

Dobbiamo essere grati al presidente della Repubblica per il peso che accetta di portare, il suo è un esempio di tensione al bene comune, il voto espresso da Parlamento nei suoi confronti può essere l’esempio del superamento di non più proponibili pregiudizi e l’inizio di un cammino politico in cui l’altro, l’avversario politico non è più visto come il nemico da abbattere ma, in una situazione di emergenza come quella italiana, come il possibile collaboratore di una soluzione della crisi. Per il Popolo della libertà poteva essere più semplice sfruttare il disorientamento della sinistra e portare il Paese a nuove elezioni. Credo che il Paese, anche quella parte che ci sostiene, non avrebbe capito. Dobbiamo ora usare le nostre energie nel costruire insieme il governo di cui l’Italia ha bisogno.


COMMENTI
23/04/2013 - “The day after” (Daniele Scrignaro)

Il giorno dopo. Davanti alle parole del presidente Giorgio Napolitano offerte ieri nel discorso di insediamento un politico di professione dovrebbe tacere. L’unico modo dignitoso (e non da “cadrega”) per parlare, se neppure il coraggio del silenzio gli è familiare, è chiedere perdono perché – quando anche non artefice in prima persona della «lunga serie di omissioni e di guasti di chiusure e di irresponsabilità, […] calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi […] responsabili di tanti nulla di fatto» – è almeno responsabile di non aver denunciato in aula quelle nefandezze. Cosa deve ancora sentirsi dire uno per avere una mossa di libertà? Certo, noi elettori non siamo innocenti, dobbiamo chiedere perdono a figli e nipoti per aver ripetutamente eletto certi figuri. Neppure di fronte al “porcellum” abbiamo avuto una mossa di “orgoglio”: abbiamo bevuto la chimera della governabilità – superficiali, approssimativi a tal punto da neanche chiederci perché in nessun altro Paese occidentale ci sia un meccanismo tale. Ma «un punto di svolta decisivo si ebbe nella società antica quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano […] in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all'epoca incipiente di barbarie e di oscurità, alla dissoluzione dello Stato, alla corruzione della società » (A. MacIntyre, 1988): per esempio, dando vita una modalità di rapporto sistematico tra eletti ed elettori.