BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SINISTRA A PEZZI/ Napolitano, l’"ultimo" Berlinguer, Togliatti: il Pd chi sceglierà?

Pubblicazione:lunedì 22 aprile 2013

Palmiro Togliatti (Immagine d'archivio) Palmiro Togliatti (Immagine d'archivio)

La rielezione di Giorgio Napolitano è frutto di un rinsavimento in extremis di fronte al rischio, ormai concreto, di eleggere un presidente della Repubblica “per caso”. Di certo la rielezione non appare un grande successo né per i fautori della “rottamazione” (la minoranza del Pd) né per chi aveva invitato il capo dello Stato a dimissioni anticipate (la maggioranza del Pd). Non sembra quindi esatto vedere nella permanenza di Giorgio Napolitano al Quirinale una sorta di ‘prorogatio’ in quanto essa sembra prefigurare una possibile inversione di tendenza. L’onda lunga della rottamazione ha di fronte la sabbia e l’antiberlusconismo prospetta una resa incondizionata a Beppe Grillo. In che senso?

Il primo caso è una considerazione critica del “nuovismo”. Il “popolo del web” e il “popolo delle primarie” hanno partorito una platea di parlamentari “per caso” estremamente fragile. Quelli di Grillo si aggirano come turisti in attesa di istruzioni (dal web? da Grillo? ma mai dalla propria testa) e quelli del Pd sono già bollati al proprio interno, per un loro quarto, come “ladri”. Più che espressione di innovazione, il nuovismo sembra frutto di un’altra cosa che si chiama evasione ovvero fuga dalla realtà. Nella “cultura del lavoro” in cui si è formato Giorgio Napolitano il rinnovamento è invece una costruzione, un edificio che è partorito da un progetto (frutto di calcoli, risorse faticosamente accumulate, valutazioni di impatto nazionale e sociale) e da lavoro (frutto di esperienza, tempo e sacrificio). Il nuovo per il nuovo, il nuovo come gusto della sorpresa, come negazione di professionalità e di chiari e concreti obiettivi contrasta con una mentalità (che non è solo quella di Napolitano) in cui si diventava deputati a 27 anni, ma per una “scelta di vita” fatta di studio e combattimento e non di “cazzeggio” da “folla solitaria”. Il nuovismo sembra cioè rientrare in quella “irrazionalità” nell’era della “globalizzazione mediatica” che vede passare la sinistra – come osserva il patriarca della storiografia marxista, Eric Hobsbawm (che nel ’76 scrisse un libro-intervista sul Pci con Giorgio Napolitano) – dai “grandi intellettuali di protesta” alle “celebrità”, dai Sartre e Merlau Ponty ai Brian Eno e Bono ovvero, nel nostro caso, da Alberto Moravia e Luchino Visconti ai (molto più noiosi ed effimeri) Roberto Saviano e Adriano Celentano.

Il secondo caso è quello di un “cambiamento” tratteggiato nascondendo molta polvere del passato sotto il tappeto. Pierluigi Bersani ha fallito perché si è posto davanti al Movimento 5 Stelle come la Federazione giovanile comunista davanti al Movimento Studentesco. 


  PAG. SUCC. >