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NAPOLITANO/ 2. La rivoluzione di un 88enne di belle speranze

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Non sono un orrore le intese per le riforme, ha detto invece Napolitano, dicendo a chiare lettere che, o si cambia registro, o se la sua disponibilità si dovesse rivelare improduttiva non esiterebbe stavolta a fare un passo indietro, denunciando al Paese l’improduttività della politica e dei partiti che lo hanno implorato. Le facce preoccupate dei principali sabotatori, nel Pd, delle larghe intese su Franco Marini al Quirinale la dicevano lunga ieri, su una prospettiva che si riaffaccia ora più forte di quanto l’elezione dell’ex segretario della Cisl sul Colle avrebbe potuto consentire. Ed è patetico questo tentativo di aggrapparsi per Palazzo Chigi all’ipotesi Matteo Renzi, altro grande sconfitto di questi drammatici giorni di Montecitorio, come a non rassegnarsi al fatto che il Pd con i suoi comportamenti ha perso ogni centralità nello scacchiere, dovendosi aspettare ora le autonome valutazioni del capo dello Stato. Il quale verosimilmente sta riflettendo fra una soluzione strettamente tecnica (sia pur supportata da politici) come Giuliano Amato, e una più politica come Enrico Letta. Una soluzione, quest’ultima, che premierebbe il partito di maggioranza relativa con un uomo legato al segretario dimissionario, ma da sempre più incline alla collaborazione e vicinissimo all’impostazione di Napolitano.

Tuttavia lo stato attuale dei partiti e la capacità mostrata, soprattutto dal Pd, di sabotare i propri compagni di partito invece di sostenerli, sembrerebbero mettere in pole position l’ex premier socialista, che Napolitano ha voluto tenere in caldo fin dalla nomina dei Saggi, tenendolo fuori dalle 10 designazioni. Da quelli si partirà, dai loro testi e qualcuno fra loro sarà anche chiamato, da ministro, ad occuparsi di alcuni dossier. Hanno lavorato bene i Saggi, ha dato atto Napolitano, e se anche fosse vero che non hanno inventato niente di nuovo come dice chi li critica, a maggior ragione non resta che passare dalle parole ai fatti, visto che sulle parole si è d’accordo da tempo, e i testi giacevano già da tempo nei cassetti, per amore di guerriglia politica e «orrore» verso le intese.

Non tema il Pd ora l’abbandono di quelli che hanno bruciato le tessere in piazza, dalla perdita eventuale di persone che non colgono lo spread fra Rodotà e Napolitano (con tutto il rispetto per il primo) non avranno di che dolersi per il futuro, e anzi si può aprire una strada di ragionevolezza, di riformismo, che può fare solo bene al partito del dimissionario Bersani. Perché la Rete, l’ha detto Napolitano rivolto ai Grillini (ma pari pari il discorso può essere spostato sui Democratici) non può diventare, da prezioso strumento di comunicazione, la dittatura dell’emotività, rinunciando al ruolo dei partiti e soprattutto al ruolo guida di classi dirigenti messe al guinzaglio dai twittatori e dai maniaci di Facebook.

Così Silvio Berlusconi, indossati di nuovo i panni dello statista, farebbe bene a non tornare indietro. Perché l’impressione ora è che, fra i due grandi partiti, si giochi una gara proiettata sul futuro, sulla capacità riformista che delineerà quale sarà la coalizione in grado di offrire, in futuro, una prospettiva stabile al Paese. 


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