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Politica

NAPOLITANO/ 2. La rivoluzione di un 88enne di belle speranze

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A partire da un discorso, quello di Napolitano, che suscita entusiasmo e restituisce speranza a tutti gli uomini di buona volontà e che lascia intravedere una via d’uscita benigna per la nostra drammatica crisi, rilanciando quell’idea di bene comune così cara soprattutto ai cattolici. Resta solo il rammarico di dover riscontrare che in altri tempi bui attraversati dal nostro Paese furono uomini politici del calibro di De Gasperi e Moro, ispirati dalla dottrina sociale della Chiesa, i portatori di istanze del genere. Mentre a ben vedere il ventennio da cui faticosamente usciamo ha visto i cattolici troppo spesso nel ruolo di comprimari benedicenti di impostazioni guerreggianti fra loro, rivelatesi poi improduttive sul piano delle grandi riforme. Stavolta c’è stato bisogno di un riformista post comunista e non credente per tentare di aprire una fase nuova, necessaria per non finire nel burrone. C’è voluto il sacrificio di un 88enne di belle speranze: “Voi la chiamate Provvidenza, io più semplicemente fortuna, ma io direi di non sfidarla”, diceva, qualche mese ad Andrea Olivero e Mario Mauro che continuavano a chiedergli la disponibilità alla rielezione, opponendo le stringenti ragioni dell’età. Poi ci ha dovuto ripensare e chiunque abbia un’idea politica ispirata al bene comune ha ora il dovere di mettere da parte la propaganda elettorale e fare sul serio. Le migliori proposte e le migliori idee sono quelle che, per fascino e ragionevolezza, sono in grado di convincere tutti, o quante più persone possibile, non quelle che eccitano la piazza, e solo una parte, con spirito distruttivo. Col rischio di avvitare il Paese in un vortice di inconcludenza sulla cinica spinta degli interessi di parte e delle ambizioni personali. La lezione – più che mai giovanile – di Giorgio Napolitano sta tutta qui.

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