BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Politica

CONSULTAZIONI/ I tre "ultimatum" di Napolitano: Amato, Letta, D’Alema

InfoPhotoInfoPhoto

Non è impossibile che lo stesso Napolitano abbia in mente già un governo da sottoporre ai partiti. Questo potrebbe anche essere la spiegazione della frase “forte” che Napolitano ha quasi scandito in Parlamento: se sarete ancora “sordi”, ne trarrò le dovute conseguenze. In altri termini, se continuate a fare “pasticci e pasticcetti”, a porre veti, a essere litigiosi e non ragionevolmente costruttivi vi mando alle urne e io me ne vado definitivamente a casa mia, non al Quirinale, a godermi la pensione.

È possibile quindi che queste consultazioni potrebbero trasformarsi in un copione rovesciato, in un contributo dei partiti a “correggere” il governo che ha in mente il presidente, con un programma che può essere ripreso dal lavoro fatto dai “saggi” e che ha dei punti ben precisi e ormai ben noti sulla necessità di interventi di carattere economico e sociale e di riforme istituzionali urgenti come quella della legge elettorale.

Scontato quindi uno scenario da grandi intese, di carattere politico, magari con delle presenze “tecniche” di alto profilo istituzionale. Ma uscendo dal generico, quale potrebbero essere i candidati credibili che ha in mente il Napolitano per condurre il Governo? 

Qui si affacciano tre opzioni, che hanno una variante decisiva nello “stato di agitazione permanente” che esiste al momento nel Partito democratico. È probabile che il candidato più gettonato sia il non “popolarissimo” Giuliano Amato, il “dottor sottile”, bollato dai “grillini” come il “tesoriere di Craxi” (autentico scoop del retroterra genovese probabilmente), inviso ai leghisti come primo “interventista sui conti correnti degli italiani”. Amato è apprezzato da Napolitano, perché lo ritiene ideologicamente un “apolide” affine ai suoi sentimenti. Ma perché Amato guadagni una solida maggioranza alle Camere occorre che il tasso di litigiosità interna nel Pd sia a un “livello di controllo”, quasi come il mitico spread. La lega Nord, magari per un senso di responsabilità, potrebbe astenersi.

La seconda opzione potrebbe essere quella del giovane Enrico Letta, vicesegretario dimissionario del Pd, certamente più realista e ragionevole del “caterpillar Bersani”, andato poi a schiantarsi nell’inseguimento dei “grillini” e sostanzialmente ultra-sordo a qualsiasi dialogo con Berlusconi. Pier Luigi Bersani ha di fatto tediato l’Italia per due mesi con la politica del “doppio binario”, con il “tavolo delle istituzioni” e con quello del Governo. Un soliloquio rumoroso che ha alla fine prodotto il cortocircuito del dopo-voto su Romano Prodi al Quirinale.

Ma anche per Enrico Letta c’è il problema dello “spread di litigiosità” nel Pd. Non è un caso che Rosy Bindi, annusata l’aria, abbia subito concesso a Maria Latella su Sky un’intervista dove si è dichiarata contraria alla nomina di Enrico Letta. Chissà se Rosy Bindi ha avuto un ripensamento dopo il discorso di Giorgio Napolitano. Se così non fosse, si riaprirebbe, anche di fronte alla sequenza di dichiarazioni di “leader e leaderini” del Pd, una conflittualità quasi incontrollabile.