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Politica

DISCORSO NAPOLITANO/ Il Paese riparte da Don Camillo e Peppone

La lettera a Repubblica di Julián Carrón il discorso di Napolitano, spiega LUCA GINO CASTELLIN, riflettono due prospettive distinte in cui l’altro è considerato un bene prezioso 

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Nel mondo piccolo della bassa reggiana non era insolito vedere duellare, scontrarsi e, persino, contrapporsi due uomini robusti e combattivi. Quegli uomini, usciti dalla penna di Giovanni Guareschi, sono Don Camillo e Peppone. Cittadini di un’Italia dall’identità plurale, ma accomunati dalla convinzione che l’altro – il sacerdote cattolico o il sindaco comunista – non poteva che essere ultimamente un bene per sé. Leggendo la lettera che don Julián Carrón ha scritto a Repubblica il 10 aprile 2013 e ascoltando il discorso tenuto ieri dal Presidente Giorgio Napolitano davanti alle Camere, sembra che la realtà ci abbia proiettato a Brescello.

Due uomini di tradizioni, età e storia assai diverse, esattamente come i protagonisti dei romanzi dello scrittore di Fontanelle di Roccabianca, hanno ribadito in sedi differenti il punto da cui il nostro Paese deve ripartire per evitare di soccombere alla palude elettorale e alla cancrena politica di una contrapposizione sorda e inconcludente in cui le forze partitiche si sono infilate nel corso della Seconda Repubblica.

Nella trasformazione dell’avversario in nemico, il sistema politico italiano ha sublimato la riflessione di Carl Schmitt (andando, per molti versi, oltre il giurista di Plettenberg), senza però trovare una valida alternativa all’immobilismo paralizzante che da essa è derivato. I problemi dell’Italia – sarebbe inutile negarlo – non sono stati generati dagli ultimi vent’anni, ma hanno origine già nella parte finale della Prima Repubblica. La dilatazione del debito e la spartizione predatoria delle rendite politiche erano già state profetizzate l’8 dicembre del 1964 da Gianfranco Miglio durante la sua prolusione per l’Inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Lo studioso comasco, allora Preside della Facoltà di Scienze politiche nell’Ateneo dei cattolici italiani, analizzando Le trasformazioni dell’attuale regime politico, non fu affatto tenero con il destino del nostro Paese. E, forse, non aveva tutti i torti.

Di fronte a un orizzonte che ormai appare schiacciato sulla prospettiva di un eterno presente, sia Carrón sia Napolitano indicano una strada (ossia un metodo, che trova le sue origini nella ricca tradizione aristotelico-tomistica) per iniziare a guardare con speranza e agire concretamente al bene comune del Paese.