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SINISTRA A PEZZI/ 1. Barcellona: così Berlusconi e Beppe Grillo hanno distrutto il Pd

Silvio Berlusconi (InfoPhoto) Silvio Berlusconi (InfoPhoto)

È sorprendente che una persona di larga esperienza politica e di sicura cultura giuridica, come Stefano Rodotà, abbia continuamente sottolineato di non essere candidato da Grillo ma dal web e di essere, proprio per questo, commosso dall’“amore” che tanti cittadini hanno mostrato verso di lui riconoscendo finalmente che la sua candidatura esprimeva la “sinistra”. 

Rispetto alle due linee che hanno spaccato il Pd − Marini come sostanziale continuatore della linea Napolitano-Monti e Prodi come rilancio dell’economia sociale di mercato e della cooperazione tra sindacati e imprese, ispirata alla parte più nobile dello Stato Sociale − non mi risulta che Rodotà sia mai entrato nel merito, come del resto si conviene a chi esprime al meglio la tradizione liberale dei diritti individuali e pensa essenzialmente all’espansione della libertà del singolo senza particolare sensibilità per il problema decisivo della coesione e del legame sociale di un intero Paese. 

Ammesso che astrattamente fosse stato possibile insistere nella sua candidatura, è abbastanza prevedibile che non avrebbe mai avuto i voti di Berlusconi e dei famosi franchi tiratori del Pd. Sarebbe stata comunque una candidatura di testimonianza che non avrebbe evitato il collasso e la spaccatura del Partito democratico. Sull’altro versante del populismo di centrodestra riesce altrettanto difficile immaginare che Berlusconi, convertitosi sulla via di Damasco, avrebbe accettato di sostenere un qualsiasi governo in grado di toccare in profondità i temi della corruzione dilagante e dell’evasione fiscale. La volgarità del suo linguaggio e il fanatismo fondamentalista tipico delle visioni totalitarie che praticano i suoi fedelissimi seguaci rendono difficile immaginare un tavolo comune dove si possono affrontare i veri temi della drammatica crisi, non solo economica, che attraversa il Paese. 

Pur essendo dunque astrattamente legittimo immaginare sia la scelta di praticare un’intesa col centrodestra sia quella opposta di proporre un governo del cambiamento e della discontinuità, si deve riconoscere che entrambe urtavano contro il muro della natura anomala del populismo di Berlusconi e di quello di Grillo, ambedue nemici dichiarati della democrazia parlamentare rappresentativa e della costituzione repubblicana. L’arcano di ciò che nel sottofondo della scena ha agitato le acque del nostro Paese, in preda oramai ad una crisi totale della politica e della vita democratica, è stata la mossa del presidente Monti che sin dall’inizio della sua candidatura ha perseguito l’obiettivo di bocciare ogni tentativo del Pd di spostare un poco a sinistra la politica economica del Paese. Monti ha dichiarato di proporre la Cancellieri perché Prodi rappresentava una candidatura divisiva e che il suo obiettivo era stato da sempre quello di creare uno spazio politico che superasse la vecchia divisione fra destra e sinistra. In realtà Monti ha preferito il colloquio con Berlusconi piuttosto che quello con la sinistra perché l’autostrada delle larghe intese che si è aperta improvvisamente dopo l’elezione di Napolitano è quella che dà maggior potere e ruolo alla linea che ha sempre perseguito: risanare i conti tartassando i redditi di lavoro e impresa pur di restare in linea con le politiche monetarie dell’Europa, lasciando lo spazio a Berlusconi di gestire il suo torbido rapporto con quella parte di italiani che vive di tangenti e di evasione, di condoni e di scarsa o nulla attenzione per il dramma delle diseguaglianze economiche. 


COMMENTI
24/04/2013 - No, non è così (mario schi)

E' un articolo di giustificazione che non giustifica. Il PD, pardon PCI, doveva anch'esso passare per la storia. Quanto è successo agli altri (DC e PSI) nei primi anni 90 doveva succedere anche a lui. Putroppo per l'Italia solo vent'anni dopo. Il PCI non era certo migliore degli altri solo perchè lo disse Berlinguer buon'anima. Se non si condivide questo assunto il resto è assurdo.

 
24/04/2013 - implodere (Alberto Consorteria)

Lo stato, l'apparato, l'amministrazione, sta affondando il nostro Paese. E il PD lo difende. Nel farlo, il PD mostra di non avere idee. Per questo è naufragato. Anche se le elezioni fossero state travolgenti, il PD avrebbe dovuto mollare dopo pochi mesi, perché di odio a Berlusconi e di amore per la burocrazia stantia politicamente non si vive... C'è da sperare che Alfano compia il parricidio, e che nel governare dal 2014 non si veda incarcerato col capo d'accusa di essere "impresentabile" appioppatogli dai soliti PD.

 
24/04/2013 - Non mi pare (Claudio Baleani)

La tesi di Barcellona non mi convince. Il PD non mi pare sia stato distrutto da Berlusconi o da Grillo. Secondo me si tratta della influenza mefitica del pensiero di Franco Rodano che a sua volta è influenzato dal “molinismo”. Luis De Molina, teologo della fine del 500, pensava che la libertà e la ragione umana erano rimaste intatte anche se private della conoscenza dei beni spirituali ultramondani. Rodano, in continuità, riteneva fosse possibile la costruzione di una società giusta con la collaborazione organica e partitica dei cattolici non arroccati nella posizione di chi ritiene indispensabile il sopranaturale anche per comprendere davvero la natura e i “credenti” nel materialismo dialettico ateo. Ne è nata una posizione politicista che si gioca tutta in una intransigenza velenosa, autoseducente, autoreferenziale. Non è un caso che nel PD ci sono più generali che soldati. Il fatto che il PD abbia respinto Prodi è il segno che l’anima non intellettualoide del PCI, che ha sempre diffidato della “spiritualizzazione” della politica operata da questo gruppo di cattolici non cattolici, protestanti non protestanti e in definitiva atei predicatori, ancora non è morta. E per fortuna. Non è una bella cosa giurare fedeltà eppoi votare contro. Ma è preferibile essere amici del popolo o della realtà? Viva Napolitano.