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SINISTRA A PEZZI/ Barcellona: il Pd non può fare a meno della vera "questione morale"

Pubblicazione:domenica 28 aprile 2013

Enrico Berlinguer (Immagine d'archivio) Enrico Berlinguer (Immagine d'archivio)

E veniamo adesso al mio giudizio sul Pd. Ho scritto che il partito democratico si è spaccato non tanto per beghe di potere ma perché non è mai nato un vero partito con una sola linea e una sola direzione di marcia. I franchi tiratori che si sono manifestati nelle elezioni presidenziali hanno mostrato chiaramente che all’interno del Pd ci sono due anime incompatibili: una più disponibile all’alleanza anche con Berlusconi, in una linea di continuità con ciò che rappresenta la seconda Repubblica, e un’altra invece più orientata ad esprimere l’antagonismo sociale che si manifesta in una crisi economica così drammatica e che richiede una profonda modifica della politica economica di Monti (il quale, sia detto per inciso, è il vero artefice di quanto sta accadendo in questi mesi). Anche nel caso del Pd si tratta di una costatazione oggettiva: quando ci sono cento franchi tiratori, un partito non esiste più.

Ciononostante considero questo fatto negativo per la democrazia italiana e mi sembrerebbe assai grave che alle prossime elezioni ci trovassimo di fronte allo scontro tra Grillo e Berlusconi. 

In tutta questa vicenda non capisco che senso abbia rievocare in modo così sommario e approssimativo la storia del Pci. Ho lavorato personalmente con Berlinguer e posso invitare a leggere quanto da lui scritto sull’occupazione partitica dello Stato. Ho anche pubblicato un libro nella collana che dirigevo insieme al fratello Giovanni in cui venivano indicati tutti i fondi che Mattei aveva distribuito ai partiti, compreso il Pci siciliano. La questione morale non era per Berlinguer una questione giudiziaria ma uno stimolo a riscrivere le regole sullo statuto dei partiti e sulle incompatibilità. 

Al punto in cui ci troviamo, cercando di dimenticare le ragioni per cui tutto ciò ha portato allo stallo del Parlamento, pare che Letta sia riuscito a varare il Governo evitando di attribuire dicasteri a quanti si sono distinti nelle manifestazioni di arroganza e violenza verbale. È ovvio che il prezzo più alto lo pagherà il Pd, non solo per gli errori di direzione di Bersani ma anche perché non si è più tenuto un vero congresso dove le idee non siano state annebbiate dall’ipocrisia delle false unanimità. Con le primarie c’era stata una parvenza di confronto che avrebbe potuto salvare il Partito democratico dal disastro e dall’autoannichilimento. Da allora però, a cominciare dalle candidature in deroga, è iniziata la fase della progressiva confusione dei linguaggi. 



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