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SINISTRA A PEZZI/ Barcellona: il Pd non può fare a meno della vera "questione morale"

Pubblicazione:domenica 28 aprile 2013

Enrico Berlinguer (Immagine d'archivio) Enrico Berlinguer (Immagine d'archivio)

Caro direttore,
nel suo articolo Giovanni Cominelli mi accusa di essere l’erede inconsapevole del moralismo e del giustizialismo che vive ancora dentro il Pd a causa della persistente ereditarietà berlingueriana, che in nome di una diversità comunista auspicava un “governo degli onesti”. Conosco bene Giovanni Cominelli. Ho letto il libro in cui racconta la sua complessa e drammatica vicenda di militante della sinistra da cui ha preso le distanze nel 2002. Il libro è un’appassionata testimonianza che va come tale rispettata. Perciò non mi preoccupo di rispondere a tutte le argomentazioni con cui si prova a demonizzare tutto ciò che appartiene alla storia del Pci e della sinistra di questo Paese. Mi limito a sottolineare che io personalmente, e sicuramente anche il Pci finché è rimasto in vita, non siamo mai stati giustizialisti e posso testimoniarlo direttamente per essere stato membro laico del Consiglio Superiore della Magistratura, presieduto da Giorgio Bachelet, assassinato dalle Br proprio negli anni più terribili del terrorismo dilagante. 

Già nel 1987 in un libro edito dal Manifesto avevo condannato esplicitamente il giustizialismo e l’esaltazione del ruolo supplente della magistratura. Ho scritto anche che la curvatura radicaleggiante e laicista (non laica) che una parte della sinistra aveva assunto negli ultimi anni era una degenerazione vera e propria che aveva fatto perdere di vista la questione centrale del lavoro e dell’occupazione.

Debbo ritenere quindi che Cominelli col suo intervento ha voluto colpire un’altra parte della mia riflessione sulla quale desidero tornare, perché penso che sia giusto considerarla - anche oggi che si prova a fare un governo di larghe intese - un tema di riflessione attuale. Credo che le affermazioni che hanno suscitato l’aggressiva risposta di Cominelli siano sostanzialmente quelle che riguardano il rischio di “eversione” che Berlusconi e Grillo rappresentano per il governo democratico. Il mio giudizio non si basa su questioni moralistiche, che lascio ad altri coltivare con assiduità, ma sull’oggettività di una situazione in cui due forze politiche, che hanno ottenuto quasi il 60 per cento dei voti, vivono sotto l’imperioso comando di un capo che non ammette dissenso e che non ha dato alcuna parvenza democratica alla vita del proprio movimento. 

Sono il primo a ritenere che il centrodestra può legittimamente aspirare a governare questo Paese, ma credo che non possa essere guidato da Silvio Berlusconi. Sebbene la sua condotta di frequentatore assiduo di giovani donne retribuite insieme a Lele Mora ed Emilio Fede, e per di più la tendenza a promuoverne alcune come rappresentanti del Polo della Libertà siano faccende che non riguardano il pernicioso moralismo che in certi casi è stato evocato, ritengo tuttavia  che si tratti di una questione che attiene all’abuso delle istituzioni democratiche per interessi personali. 


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