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Politica

SCENARIO/ Toti (Tg4): gli 8 punti di Berlusconi preparano le larghe intese

Silvio Berlusconi (InfoPhoto)Silvio Berlusconi (InfoPhoto)

Al netto della parte ideologica, che sembra fatta apposta in Bersani per tenere insieme grazie all’antiberlusconismo la sua parte poltica, da una parte c’è l’abolizione dell’Imu prima casa dall’altra quella dell’Imu prima casa sotto i mille euro (proposta Camusso, ndr); da una parte c’è la detassazione delle assunzioni per le aziende, dall’altra c’è la riduzione del cuneo fiscale o comunque un aiuto a chi assume. Che questa legge elettorale non garantisca la governabilità è ormai evidente a tutti; che il presidente del Consiglio abbia pochi poteri lo riconoscono tutti, che di elezione diretta del capo dello Stato si possa cominciare a ragionare, insieme a una legge elettorale diversa da quella che c’è per la Camera e per il Senato, e che le due camere vadano differenziate come compiti, anche questo è ormai chiaro. Non vedo una sostanziale distanza tra i punti di riforma dei due principali partiti.

A differenza di Bersani però Berlusconi ha inserito nei suoi otto punti le riforme istituzionali.
Questo perché Bersani ha attribuito il compito ad una commissione costituente, quella che aveva offerto ad Angelino Alfano. È il cosiddetto doppio binario. Sarebbe difficile d’altra parte credere che le riforme istituzionali e la governabilità non rientrino in assoluto nei piani del segretario del Pd. Se si andasse verso un governo di larghe intese o di scopo appoggiato dai principali partiti, è naturale che questi due piani venissero riunificati.

Cosa pensa delle aperture a Berlusconi venute ieri dal Pd con Franceschini?
È una assoluta novità; qualcuno ha parlato di caduta del muro di Berlino, a me sembra che si sia arrivati, meglio tardi che mai, alla cosa che era più ovvia di tutte fin dall’inizio. Siamo più vicini a una soluzione bipartisan.

Lo crede davvero?
Lo ha spiegato ieri Renzi in modo che più chiaro non si potrebbe: o si fa un governo Pd-Pdl, o si fa un governo Pd-M5S o si torna al voto. Un governo Pd-M5S non si può fare ed è diventato evidente dopo la riunione di Grillo dell’altro ieri; alle urne non ci vuole tornare nessuno perché sarebbe da irresponsabili farlo senza una riforma della legge elettorale e qualche intervento per aiutare un’economia allo stremo.

Non resta dunque che un accordo Pd-Pdl.
La novità è che anche nel Pd qualcuno se n’è accorto, o meglio lo sapevano da tempo, ma il loro vero problema è andare dai militanti, e prima ancora dalla stragrande parte dei quadri dirigenti, allevati nel più feroce antiberlusconismo, a dire che si deve dialogare con il mostro.

Torniamo all’apertura di Franceschini.