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BEPPE GRILLO/ La premiata ditta Rodotà & M5S? Predica le ricette dei peggiori anni 70

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Il presidenzialismo, in questa fase di disaffezione dalla politica e di concentrazione dell’informazione televisiva, è la riforma più pericolosa. Esso esprime l’immagine semplificata della democrazia come scelta popolare di un capo, per sua natura non rappresentativo della complessità e pluralità delle forze e degli interessi che confliggono nella società di cui solo il parlamento può essere sintesi”. Così Stefano Rodotà, insieme all’aristocrazia dei costituzionalisti italiani, si esprimeva in un appello pubblico di molti anni fa, con il quale si seppellì una delle tante “bicamerali” di cui sono lastricate le strade dell’inferno istituzionale in cui vive il paese.

L’opinione del professore, questa volta in compagnia dei “Comitati Dossettiani”, gagliardamente antagonista al processo di revisione che in questa legislatura si intendeva incardinare con l’avvio di una “Convenzione” per le riforme (forse ormai abortita), non è cambiata. La Costituzione accostata alle “dieci tavole” mosaiche che si venerano e non si emendano con l’evolversi della realtà sottostante. Al più si spolvera. Anche nella sua seconda parte, almeno per quanto attiene ai suoi pilastri del parlamentarismo puro (su base, possibilmente, proporzionale) e di una presidenza di mera garanzia per la quale, dovendone preservare il principio di irresponsabilità politica, è stata prevista una elezione di secondo grado in parlamento. 

Ora, mettiamo da parte per un momento il noto ossimoro tra politica e coerenza che avrebbe dovuto seppellire con una risata la perorata elezione, a furor di popolo, nel suo surrogato web su scala lillipuziana, del più feroce avversario di ogni investitura diretta del presidente della repubblica. 

Rimane però che se questo paese non avesse smarrito, oltre al raziocinio collettivo, ogni bussola semantica, dovrebbe ascrivere le posizioni come quelle del professor Rodotà, in relazione ai più stringenti temi dell’agenda politica del paese, quelli appunto istituzionali, al fronte “conservatore”.

Rectius, alla luce del ruolo assunto oggi dall’istituzione presidenziale, che ne ha determinato una chiara mutazione genetica nella costituzione materiale, la figura andava iscritta di ufficio al fronte “restauratore”. E tuttavia al profilo del degnissimo professor Rodotà si è ascritto il crisma dell’innovazione rivoluzionaria a fare da contraltare alla lisa figura del professor Giuliano Amato. Uno dei primi costituzionalisti a scrivere della crisi dei partiti ed ad ragionare “laicamente”, già nei craxiani anni ottanta, di elezione diretta del capo dello Stato avendo a modello la V repubblica francese. Uno dei più coerenti ingegneri costituzionali di una costruenda Europa federale. Vero discrimine oggi tra rivoluzionari (del possibile, una Europa politica) e conservatori (dell’impossibile, lo status quo). Eppure, nella permanente truffa delle etichette, Giuliano Amato è il “vecchio” (scarpone da mettere in soffitta) e Stefano Rodotà ed i movimenti che lo accompagnano il “nuovo”. 


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