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ASSEMBLEA PD/ Epifani è la "vendetta" postuma di Craxi?

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Forse non si può annoverare Epifani tra i fans di Craxi, forse è solo un vecchio iscritto al Psi che si confonde nella “palude” della corrente di Francesco De Martino, magari con le venature ideologiche di Riccardo Lombardi. Ma in tutti i casi, stupisce che oggi alla testa di un Pd traballante sia stato chiamato un leader sindacale che non ha certo contrastato il craxismo, pur militando per lungo tempo nel partito di Craxi.

Intendiamoci, non si tratta certo di un ripensamento da parte della base e dell’attuale sconquassato gruppo dirigente del Pd. Dopo il 1993, Epifani imbocca un’altra strada e fa un’altra storia. Dal 1994 al 2002 diventa il vice di Sergio Cofferati nella Cgil. Anche Cofferati, pur provenendo dal Pci, sembra avere una tradizione di riformista. Ma per diverse ragioni (non ultima un duro confronto con Massimo D’Alema), Cofferati diventa una sorta di “signor no” che inchioda la Cgil su una linea di intransigenza, distinguendosi anche dagli altri sindacati.

Ed Epifani lo “copre”, lo appoggia fino a prenderne l’eredità. Resta segretario generale della Cgil fino al 2010. Oggi è un deputato di fresca nomina del Pd. In questi anni ha caratterizzato con un sostanziale immobilismo la linea della Cgil, magari sopportando a fatica la più dura intransigenza della Fiom, i metalmeccanici del sindacato di sinistra.

Dovrebbe essere questo il “traghettatore” per il nuovo Pd? In realtà, l’impressione che esce da questa nomina di Epifani alla segreteria del Pd sembra quella di dare continuità a un gruppo dirigente senza idee e che sembra sull’orlo di una sconfitta storica.

Il vero grande elettore di Epifani al ruolo di “traghettatore” è stato Pierluigi Bersani e la parte del partito (ancora maggioritaria) che lo segue e caratterizza un movimento con poche idee e con scarse prospettive politiche. Qualsiasi personaggio di vera discontinuità, in questo momento, era del tutto inadatto a una nomina anche solo di “traghettatore”, pena il rischio di una implosione immediata, di una scissione o di qualche cosa di simile. Lo ha rivelato lo stesso dibattito che si è svolto alla cosiddetta “assemblea nazionale” di ieri. Un dibattito grigio, ingessato, con i rituali ringraziamenti all’opera svolta da Bersani e con generiche aspirazioni che hanno fatto solo comprendere confusione e, tra le righe, una profonda divisione interna.

In sostanza, la nomina di Epifani sembra solo “figlia della paura”, di un partito “inventato a tavolino” che non ha mai voluto fare i conti con la storia in questi venti anni. Il rischio di una scelta politica e culturale contrassegnata dal perenne rinvio è in questo caso l’immobilismo. L’immobilismo che ha caratterizzato la Cgil in questi anni può essere trasferito, sempre da Guglielmo Epifani, nel Pd alla perenne ricerca di una linea politica, che sappia risolvere le contraddizioni sempre più esplosive che si possono vedere nella sua base militante e nel suo gruppo dirigente.

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