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EPIFANI/ La vera "questione morale" che spacca il Pd

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Ma questa superiorità del mandato dei tweeter rispetto al mandato della Costituzione, sia pur giustificata dal porcellum, rispecchia una via di maggiore consenso tra gli italiani?

Il progressivo calo elettorale del Pd fu dovuto non solo a un exploit mediatico di Berlusconi, ma, forse, anche al fatto che, progressivamente, Pierluigi Bersani − che era stato un saggio presidente di Regione ed un efficiente ministro − si è messo a fare “lo smacchiatore del giaguaro”. Questa “doppiezza” di legittimità e di aspettativa sta determinando nel Pd paralisi o confusione. Secondo una direttiva la priorità è governare anche attraverso negoziati e compromessi per fuoriuscire dalla crisi; secondo l’altra c’è l’aspettativa di una “presa del potere”, di una “vittoria finale” che annientino irreversibilmente gli avversari.

Sostanza: il Pd rischia di inventarsi “muro di Berlino” e “fattore k” nei confronti degli alleati non avendo maggioranze alternative e con previsioni estremamente negative in caso di elezioni anticipate.

Forse i parlamentari del Pd, da qui a ottobre, più che rimanere incollati ai “messaggini” della “società civile” (che tutto semplificano e deridono), farebbero bene a leggere anche qualche libro e a riflettere su parole come queste che sono di uno dei più autorevoli (e amati da Repubblica) leader del Pci, anzi, della sinistra del Pci, e cioè Alfredo Reichlin: “Fu un errore pensare di far leva sulla ‘questione morale’ al fine di evitare la dura fatica di aggiornare la nostra analisi su una Italia che intanto si modernizzava e si integrava nel processo di globalizzazione. Oggi mi è più chiaro che il prezzo pagato è stato alto. (…). È da quel momento che comincia a dilagare anche nelle nostre file una cultura diversa di tipo radicale, confusamente movimentista, alla ricerca di nuovi valori e di ‘nuovi inizi’, oscillante continuamente tra moralismo e giochi politici di bassa lega, attenta non alla società ma all’opinione pubblica, in pratica all’opinione dei media. Risultato: l’incapacità della sinistra di pensare se stessa e, quindi, di pensare paese” (Il silenzio del comunisti, Einaudi 2002, pag. 58).

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