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PORCELLUM/ Sulla legge elettorale i giudici danno l'ultimatum ai politici

Non è la prima volta che si esprimono dubbi sulla costituzionalità dell'attuale legge elettorale. L'ordinanza depositata ieri dalla Corte di Cassazione segna una svolta. ALESSANDRO MANGIA

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Che la Cassazione si sia decisa a investire la Corte costituzionale della questione di legittimità della attuale legge elettorale (il cosiddetto Porcellum) non è un fatto inaspettato. Ma sicuramente cambia il quadro complessivo in cui sono destinate a svolgersi alcune delle prossime vicende politiche.

Non è da oggi che si parla di una illegittimità - vera o presunta - della legge Calderoli. Tanto è vero che già in diverse occasioni - nel 2008 e nel 2012 - la Corte, fra una cosa e l’altra, aveva avuto modo di manifestare i suoi dubbi sulla conformità a Costituzione di diversi dei meccanismi predisposti nel 2005 dal legislatore per eleggere i componenti di camera e senato. Il che significava, per dirla tutta, che già tre volte la Corte ha chiesto ai giudici ordinari di essere investita del potere di sindacare la legge elettorale; e significava, altresì, che presso la Corte era diffusa l’idea per cui non tutto dentro il Porcellum fosse da ritenersi perfettamente in linea con la costituzione.

Tanto è vero che, negli anni passati, diversi sono stati i tentativi di vari gruppi di cittadini di instaurare controversie elettorali più o meno fittizie per cogliere l’obiettivo di mandare la legge Calderoli all’esame della Corte.

Ora, dopo lungo tempo e molta fatica, questo tentativo è riuscito. E, da quello che è emerso - la Cassazione ha passato la notizia alla stampa ancora prima di depositare l’ordinanza di rinvio: segno che nemmeno le giurisdizioni superiori vogliono stare alla regola per cui i giudici dovrebbero parlare solo attraverso le sentenze - sembrano almeno tre i profili portati alla cognizione della Corte.

Ad essere censurati sono, nell’ordine, il sistema delle liste bloccate (il fatto cioè che l’elettore non possa scegliere quale candidato votare, ma che possa soltanto votare una lista o una coalizione); l’anomala distribuzione dei seggi e dei premi di maggioranza (per cui, alla fine, il voto di un elettore in una regione ‘pesa’ di più del voto di un elettore di una altra regione); il fatto che la predisposizione delle coalizioni in fase elettorale (tanto per capirci: Sel che si impegna di fronte agli elettori a stare al governo o all’opposizione con il Pd; o la Lega che si impegna a fare lo stesso con il Pdl) non garantisce affatto la governabilità. E non la garantisce perché, in virtù del divieto di mandato imperativo sancito dall’articolo 67 della Costituzione, dopo le elezioni ogni parlamentare e ogni partito può - in punta di costituzione - assumere le posizioni che crede (entrare o uscire dalla coalizione) salvo vedersela poi con gli elettori nella successiva tornata elettorale.