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LEGGE ELETTORALE/ Antonini: una "foglia di fico" per non cambiare la Costituzione

Riforma costituzionale e riforma elettorale: un dibattito intrecciato e che dura da decenni. Ora per la prima volta potrebbe essere possibile sbrogliarlo. LUCA ANTONINI

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Nell’audizione del ministro Gaetano Quagliariello sulle linee programmatiche presso le Commissioni riunite affari istituzionali, è stato messo in evidenza come il tema delle riforme costituzionali accompagni il dibattito politico italiano da oltre trent’anni, con risultati spesso inferiori alle attese nonostante i grandi cambiamenti intervenuti nel sistema. Si è precisato che spesso è stato commesso l’errore di affidare l’intero onere dell’adeguamento del sistema al mutato contesto politico, sociale ed economico al solo cambiamento della legge elettorale. Pur riconoscendo che la legge elettorale costituisce un potente fattore di orientamento nella configurazione istituzionale, si è evidenziato come, per essere veramente efficace, la riforma elettorale debba essere inserita in un coerente contesto di norme costituzionali e regolamentari “che traducano il nuovo equilibrio istituzionale in una trama di poteri e di responsabilità … Viceversa, è stata proprio la scelta di affidarsi completamente alle sole virtù salvifiche del sistema elettorale la causa prima delle difficoltà e delle inefficienze che sono sotto gli occhi di tutti”.

Da questo punto di vista è chiaro che la riforma della parte organizzativa della Costituzione costituisce ormai uno dei passaggi essenziali per fronteggiare la crisi economica e sociale in atto: l’efficienza del sistema istituzionale condiziona la competitività stessa del nostro Paese. La nostra Costituzione - figlia nella sua prima parte di quel miracolo costituente che in virtù di un nobilissimo compromesso politico ha saputo sancire una magnifica espressione di principi e valori che non devono essere modificati - nella sua parte organizzativa è frutto anche di un compromesso definito dal particolare contesto storico di quegli anni e necessita oggi di essere modernizzata in relazione alla forma di governo, alla riduzione del numero dei parlamentari in conformità agli standard europei, alla rivisitazione in chiave di responsabilità dell’incompiuto federalismo all’italiana che ci è stato consegnato dagli errori della seconda Repubblica. 

L'attuale assetto è ingestibile: proprio da qui deriva gran parte della difficoltà a ridurre eccessi di spese e di rendite. Oltre 900 parlamentari, 20 Regioni, 110 Province, 8mila Comuni determinano un policentrismo anarchico privo di coordinamento efficace dove si alimenta spesso un localismo conflittuale in cui il diritto di veto finisce per bloccare qualunque riforma. Prevalgono così frammentazione e incertezza del diritto. Si tratta di esigenze di modernizzazione così evidenti che rendono fuori luogo arroccarsi in visioni estremiste di conservatorismo costituzionale, peraltro ampiamente superate dalle indicazioni contenute nella relazione finale del gruppo di lavoro sulle riforme istituito dal presidente della Repubblica.