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Politica

GIORNALI/ L'attacco di Beppe Grillo al Corriere risveglia i peggiori anni 70

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Prenda atto della realtà e, senza dispensare scomuniche e sentenze “alla gogna”, faccia politica, faccia la sua battaglia democratica con argomenti più solidi degli insulti, se ne è capace, e non metta in scena la sua rissa quotidiana, che diventa solo una regressione culturale in un Paese civile.

Ci sono tuttavia altre considerazioni da fare in questa polemica da “strapaese”. La prima che viene in mente è quella della risposta del Corriere della Sera. Un tempo, il quotidiano di via Solferno era famoso per non replicare a nessuna critica o nessun attacco, proprio per non alimentare un “dibattito da taverna”. Oggi il Corriere risponde, replica. Si può dire che la forza dei nuovi mezzi di comunicazione obbliga il giornale di via Solferino a questa nuova scelta. Bisogna accettare il tweet, il pettegolezzo elettronico, il botta e risposta immediato come avveniva, a viva voce, ai tempi delle case con il ballatoio. È indubbiamente un problema, ma la scelta è opinabile.

La seconda considerazione è che sembra di vivere in una gigantesca “commedia degli equivoci”. I giornali non sono mai stati “veicoli di verità”, ma di opinioni, che devono essere letti con una necessaria capacità critica. Negli anni Settanta e Ottanta, sotto l’influenza del sindacato di sinistra dei giornalisti si strologò sulla cosiddetta “completezza e correttezza” dell’informazione. Nessuna regola ha mai garantito una simile obiettività che appartiene solo al campo delle utopie o al “verbo” della vecchia “Pravda” sovietica. Il primo equivoco sta quindi in questa pretesa, quella di ideologizzare il “giornale della verità” e di bollarlo come traditore se non la rispetta secondo i propri punti di vista.

Il secondo equivoco è quello di pretendere che gli organi di informazione si adeguino alle tue tesi, anzi che le esaltino, come se fossero stati fulminati sulla via di Damasco. E se non lo fanno, bisogna intimidirli, con insulti e campagne di controinformazione e di denigrazione. L’aspetto prevalente non è più politico, diventa moralistico. Anche in questa polemica emerge una sorta di “presunta diversità”, di “purezza” da rivendicare e da sbandierare. E anche in questo caso, occorre ricordare una vecchia frase di Pietro Nenni: “In materia di purezza, c’è sempre qualcuno, più puro, che alla fine ti epura”. È proprio questa la preoccupazione del futuro politico e culturale di questo Paese.

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