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GIORNALI/ L'attacco di Beppe Grillo al Corriere risveglia i peggiori anni 70

Pubblicazione:domenica 26 maggio 2013

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A guardare l’ultima polemica tra stampa e Movimento 5 Stelle, tra i giornalisti e i “grillini”, si resta perplessi sul futuro del dibattito politico e culturale nel nostro Paese. Sul blog di Beppe Grillo è comparso un attacco molto duro nei confronti del Corriere della Sera e di un bravo giornalista come Pierluigi Battista per un suo editoriale, alla vigilia della tornata delle elezioni amministrative. Nel contrasto tra i “movimentisti” e il giornale di via Solferino è entrato, anche con una dichiarazione molto “pepata”, il direttore Ferruccio De Bortoli, che ha definito cittadino con la “c” minuscola chi “deve guardare sempre twitter per esprimere un’opinione”. In questo caso, dice De Bortoli, si ha un grado di elaborazione del pensiero molto modesta.

Si potrebbe liquidare l’intera questione con un paragone che ci riporta all’inizio degli anni Novanta, quando era la Lega Nord di Umberto Bossi a definire tutti i giornalisti italiani dei “pennivendoli” o degli “scriba di regime”. È quasi una costante storica il contrasto che si crea tra movimenti politici emergenti e i grandi organi di informazione nazionali.

Ma in questa occasione c’è qualche cosa di più sgradevole. C’è una violenza nelle parole, negli insulti (Battista viene chiamato “maggiordomo”), un astio nei confronti di un singolo giornalista che lascia veramente esterrefatti, che sembra una sorta di sentenza alla “gogna pubblica”. Quello che più colpisce è la pretesa che il giornalista, quando si occupa di te o del tuo movimento, debba necessariamente scrivere “quello che tu vuoi” o quanto meno non avanzi mai delle critiche troppo fastidiose. Altrimenti è uno che deve essere collocato in una sorta di “black list”. È capitato recentemente anche a Milena Gabanelli, prima promossa a “candidata al Quirinale” e poi relegata al rango di “traditrice” per un servizio scomodo sul Movimento 5 Stelle.

La democrazia e anche i contrasti tra politici, uomini pubblici e media sono importanti, anche necessari, persino utili, quando dal confronto, anche durissimo, non si sconfina in una contrapposizione sterile, in una sorta di “rissa per la rissa” che non porta da nessuna parte. Sapendo anche che ciascuno difende non solo il suo modo di vedere, ma anche la sua appartenenza, il suo punto di riferimento politico e culturale.

Beppe Grillo dice di essere il promotore di una “grande rivoluzione” pacifica? Bene, perché allora preoccuparsi di un giornale che ha un editore costituito da una quindicina delle realtà finanziarie più importanti di questo Paese che lui vuole rivoltare? 


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