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LEGA NORD/ Dal Veneto alla Lombardia, la radiografia di un partito "morto"

La crisi leghista in queste elezioni comunali è di trasparente evidenza. Il calo è massiccio, in termini sia percentuali che di voti assoluti. FRANCESCO JORI commenta il flop del Carroccio

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Nuovo look per la Lega: total verde. Verde da sempre di colore nella ragione sociale, ma adesso anche al verde di voti e verde di rabbia. Perché il turno parziale di amministrative consegna agli atti un Carroccio come uscito da uno scontro frontale: disastrato su un lungo asse padano che parte da Imperia per arrivare a Treviso, passando per centri come Lodi, Brescia, Sondrio, Vicenza. Nei principali Comuni padani al voto, la Lega deve accontentarsi di magre percentuali a una cifra, da un massimo del 9 per cento di Lodi a un minimo sotto il 5 a Vicenza. E con il rischio concreto di rimanere in tutti priva di sindaci, quando tra due settimane si disputeranno gli spareggi del secondo turno: perché neppure personaggi entrati nel pantheon laico del movimento, come il sedicente sceriffo Gentilini a Treviso, sono riusciti ad arginare la frana elettorale già iniziata con le politiche del febbraio scorso.

La crisi leghista è di trasparente evidenza. Il calo è massiccio, in termini sia percentuali che di voti assoluti. Alla vigilia, Maroni aveva spiegato che “ci basterebbe un aumento dello 0,1 per cento per salvarci”: non ha raccolto neppure questa briciola. Un’eventuale perdita di Treviso al ballottaggio (tutt’altro che improbabile: il candidato di centrosinistra è avanti di dieci punti) avrebbe del clamoroso, dopo vent’anni di incontrastato dominio leghista. E all’interno del movimento, riprende così sostanza la contestazione dei bossiani duri e puri contro la “linea delle scope” varata dal nuovo corso maroniano nella notte di Bergamo: dimenticando peraltro che “quando c’era Lui” il Carroccio aveva viaggiato a lungo intorno al 4 per cento, rimediando batoste in sequenza; e scordando gli scandali in serie che i recenti sviluppi del caso Belsito hanno riproposto in una chiave ancor più truce (incluso il panfilo ormeggiato in Marocco a disposizione di uno dei due cocchi di famiglia del senatùr). Così si rinfocolano le polemiche, solo temporaneamente attenuate nel febbraio scorso dalla conquista della Lombardia.

Sta di fatto che l’asso di picche giocato da Maroni, e cioè governare le tre principali regioni del nord, sembra una mediocre scartina, a fronte di un consenso elettorale pesantemente evaporato, e che neanche il flop dei grillini è riuscito a rianimare almeno in parte. In difficoltà appare lo stesso segretario, dopo essersi rimangiato la promessa di dimissioni dalla guida del movimento all’indomani dell’elezione a presidente lombardo: al punto da aver annunciato una sorta di transizione morbida nel giro di pochi mesi, peraltro cadendo nello stesso vizietto di Bossi, e cioè quello di designare per editto sovrano i suoi successori.