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ANDREOTTI/ 2. Borghesi: i tre "dialoghi" del politico a cui non piacevano i manichei

Pubblicazione:martedì 7 maggio 2013

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Come scriveva in un Editoriale di 30 Giorni: «De Gasperi ci aveva insegnato che la politica interna è strettamente collegata con quella estera» (1/2, 2006). La fine dell’Unione Sovietica non poteva non implicare la metamorfosi della sinistra e, per conseguenza, una libertà maggiore nell’orientarsi tra le forze politiche. In tal modo grazie ad un triplice dialogo – tra cattolici e laici; tra centro-destra e centro-sinistra; tra Europa, Israele e mondo arabo – Andreotti si era venuto proponendo come vera figura “super partes”. Una figura che accoglieva consensi trasversali tra coloro che rimanevano sorpresi da un proverbiale realismo che non rinnegava affatto – come volevano i suoi critici – la dimensione ideale.

Questo “ideal-realismo” spiega perché lui, filoamericano da sempre, sia stato critico della guerra in Iraq da parte dell’amministrazione Bush. Spiega perché il “cattolico romano-papalino” sia stato, in ciò fedele a De Gasperi, avverso ad ogni forma di integralismo. Spiega altresì come il deciso “europeista” sia stato contrario alle “scontro di civiltà”, attento al dialogo mediterraneo, all’apertura verso l’Oriente, l’Africa, la Cina. Giulio Andreotti è stato l’ultimo erede di quella tradizione che vede nel cattolicesimo la “coincidentia oppositorum”, il punto di riconciliazione tra posizioni altrimenti incomponibili.

La sua traduzione politica era l’arte della mediazione, che non indicava il compromesso volgare ma il modo migliore per garantire la pace, sociale-politica-religiosa, nelle condizioni date. Il cattolicesimo politico coincideva, in Andreotti, con la ricerca delle soluzioni atte a garantire la concordia, ad evitare la sedimentazione e l’irrigidirsi di quei contrasti che, lasciati a se stessi, degenerano in conflitti senza vie d’uscita.

In questo senso è stato un uomo di dialogo e di pace, l’autentico ministro degli esteri della Santa Sede. Un uomo stimato da molti e poco amato da coloro per i quali la politica e la storia si fondano su contrasti radicali, sull’opposizione tra amici e nemici. Peccato che ad Oslo, nell’assegnare i premi Nobel della pace, siano stati distratti da altro.

Per noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo da vicino resta un grande testimone di una passione cristiana e civile di cui avvertiamo, nel momento presente, una dolorosa assenza. Ora che l’appuntamento con la morte, tante volte scherzosamente rimandato ed esorcizzato, si è attuato non possiamo che ricordarlo, con gratitudine, per il suo insegnamento e la sua testimonianza in tempi difficili. Arrivederci Presidente!



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