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L'ADDIO AD ANDREOTTI/ Quella saggezza che Beppe Grillo &c. non capiscono

Pubblicazione:martedì 7 maggio 2013

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Ma a me che sono innamorato, che sono in un letto di ospedale, che non arrivo alla fine del mese o che sono in Università alla vigilia delle elezioni, che cosa “frega” della morte di Giulio Andreotti? Domande come queste, dalla risposta apparentemente scontata e dal sapore molto populista, sono a volte necessarie. La storia, infatti, non si presenta mai come qualcosa di scomposto e frammentato, ma interpella sempre la totalità della persona. Il lutto di questi giorni, in tal senso, provoca alcune riflessioni tutt’altro che astratte. Certamente anche un ragazzino di tredici anni capisce che questo 2013 è un anno molto speciale. Non sappiamo ancora in che modo sarà giudicato sui libri di storia, ma siamo certi che l’avvicendamento per dimissioni di due Papi e l’intesa politica tra destra e sinistra italiana sotto l’egida di un rieletto Presidente della Repubblica non saranno eventi ignorabili, né derubricabili a notizie di folklore da collocare a bordo pagina. Il problema è che questi fatti possono rappresentare o un inizio nuovo per tutti o il canto del cigno di un declino dalle prospettive ignote. La morte di Andreotti, collocata nel contesto di questi mesi, suggerisce un’interpretazione certamente significativa, giacché il “Divo Giulio” ha rappresentato un mondo e una mentalità che si potrebbe riassumere col titolo di un incontro cui lo stesso Senatore a vita partecipò nell’estate del 2003 nell’ambito del Meeting di Rimini: “Ho imparato da tutti”. In quella frase ci sono quelle virtù di umiltà e di disponibilità all’ascolto dei dati storici, tipici nel bene e nel male della “strana saggezza dei democristiani”, che hanno portato Benedetto XVI a rinunciare al ministero petrino e il presidente Napolitano a esortare i partiti della Seconda Repubblica a unire le forze di fronte all’incombere del baratro istituzionale, sociale e politico. Non solo. In quelle parole c’è anche tutto l’inizio del ministero di papa Francesco e la critica intellettualmente più efficace a una società, la nostra, in cui il motto - almeno negli ultimi vent’anni - è stato l’opposto: “Non abbiamo bisogno di nessuno”. In forza di questa individualistica certezza abbiamo visto ascendere e implodere alleanze che facevano o dell’efficienza o della moralità le loro stelle polari, astri spenti da una crisi che nessuno ha saputo o voluto arginare davvero e che oggi ci fotografa quasi in ginocchio, più disperati che miseri. Di fronte a tutto questo il nostro popolo, mediante i suoi rappresentanti, deve certamente compiere delle scelte sostanziali, che passino dall’esigenza di una pacificazione nazionale a una più acuta comprensione della vocazione del nostro paese in seno alla nuova situazione globale determinata dell’emergere dei paesi asiatici e dal venir meno del ruolo universale di garanzia degli Stati Uniti d’America.


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