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SCENARIO/ Ecco il piano Napolitano per "dividere" i partiti

Pubblicazione:lunedì 10 giugno 2013

Giorgio Napolitano (InfoPhoto) Giorgio Napolitano (InfoPhoto)

Con ogni probabilità l’orizzonte che Napolitano immagina per trarre un primo bilancio è di un paio di mesi. Se da qui alla pausa estiva dei lavori parlamentari il disegno di legge che il governo ha approntato per delineare il percorso delle riforme sarà stato approvato in prima lettura da entrambi i rami del parlamento, tutto bene, anche perché nel frattempo saranno entrati nel vivo e nel merito i lavori della commissione dei 35 saggi designati da Enrico Letta. A quel punto Napolitano, esperto della vita parlamentare, si disporrà di buon grado ad attendere quei 18 mesi delineati dal governo come il tempo necessario a fare le riforme costituzionali. Un’attesa vigile, ma fiduciosa che la macchina sia finalmente in moto.

Al contrario, se la palude dovesse prevalere e la macchina delle riforme risultasse ancora impantanata, a quel punto la pressione del Quirinale si farebbe fortissima sulle forze politiche, senza distinzione alcuna. 

In questa fase, dunque, l’ombrello del Colle è più che mai aperto sul governo di Enrico Letta, cui si chiede uno sforzo di tutti gli uomini di buona volontà che lo compongono per dare risposte alle emergenze economiche e sociali che attanagliano il paese. Tanto Letta, quanto Napolitano di questo sono perfettamente consapevoli.  Ma proprio attraverso il governo, e in particolare attraverso la commissione dei 35, sulla Camera e sul Senato arriverà la pressione del capo dello Stato sotto forma di bozza di riforma da scrivere nel lasso di tempo necessario al Parlamento per approvare la legge costituzionale. Napolitano è consapevole che ci sono ancora molte resistenze da vincere, ma non è disposto a far sconti a nessuno, né a rimanere a tutti i costi al Quirinale, in un secondo mandato che non ha fatto assolutamente nulla per avere. Servire la causa dell’Italia da riformare per il presidente è anche questo.



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COMMENTI
10/06/2013 - Il fronte del no è molto compatto. (Claudio Baleani)

Nel nostro sistema politico ci sono incongruenze che si sono tradotte in paralisi economica e il fronte di chi dice no alle riforme è fortissimo e trasversale. Adesso che succede? I partiti mettono in votazione solo leggi dove la maggioranza è d'accordo e dove anche il governo è d'accordo e anche l'unione europea è d'accordo. Il risultato è che su 100 riforme possibili non se ne fa nessuna. Con l'elezione diretta del capo del governo il parlamento perde il potere di sfiducia, ma guadagna la libertà di fare le riforme che raccolgono il consenso perché qualunque legge non può far cadere il governo. Per rendere omogeneo il quadro basta fare il maggioritario secco nei collegi e abolire il senato. Ma già Onida parla di rischio autoritario e che bisogna difendere la costituzione. La costituzione è ultrapartitocratica e l'inciucismo era la pratica politica vera e sempre praticata da Berlinguer e Andreotti. Si poteva anche andare avanti così se non fosse che tale metodo politico costa e i soldi sono finiti. I sistemi parlamentari come il nostro hanno partorito il fascismo e il nazismo. A queste dittature non si risponde col politicismo dei partiti, ma facendo funzionare le istituzioni e la politica nel merito delle cose. Se non si vuol cambiare e si cerca il partitismo allora bisogna accettare qualunque nome esce dalle urne, compreso quello di Berlusconi. Altrimenti bisogna concludere che la minaccia alla democrazia sono proprio quelli che non vogliono la riforma presidenzialista.