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SCENARIO/ Ecco il piano Napolitano per "dividere" i partiti

Nell’intervista concessa a Eugenio Scalfari, Giorgio Napolitano ha suonato alle forze politiche la campanella dell’ultimo giro. Un ultimatum? Il commento di ANSELMO DEL DUCA

Giorgio Napolitano (InfoPhoto) Giorgio Napolitano (InfoPhoto)

A molti nelle segreterie dei partiti devono essere fischiate forte le orecchie nel sentire il presidente della Repubblica attaccare frontalmente e dire che non ha alcuna intenzione di rivivere l’incubo di un parlamento che pesta l’acqua nel mortaio ed è incapace di fare quelle riforme di cui, a parole, tutti dicono di vedere l’assoluta necessità. 

Nell’intervista concessa a Eugenio Scalfari, Giorgio Napolitano suona la campanella dell’ultimo giro: il tempo concesso alla politica per mettere in moto un meccanismo di profonda autoriforma non è infinito e sta scorrendo rapido. Lui, il Capo dello Stato, ricorda a tutti di essere stato quasi costretto a accettare la rielezione, ma di non avere intenzione di rimanere fermo immobile al Quirinale a guardare. Il suo sì è stato strappato di fronte a un solenne impegno a procedere a una revisione profonda della nostra Carta fondamentale, che – qualora venisse meno – renderebbe inutile la sua permanenza al Colle.

Il monito è rivolto ai frenatori di destra e di sinistra, e vuole richiamare alla necessità di ridare credibilità alla politica. Una credibilità scesa ai minimi storici, come conferma la scarsissima affluenza alle urne che si registra anche in questo turno di ballottaggio per le elezioni amministrative. 

Speranza del presidente Napolitano è che, archiviato questo voto con effetti tutt’altro che traumatici per il Pd e tutt’altro che lusinghieri per il Pdl, ci si possa finalmente sedere attorno a un tavolo e ragionare. Le bandiere, è stato l’esplicito richiamo del Capo dello Stato, in questa fase devono smettere di sventolare e bisogna lavorare ad una soluzione di compromesso, perché su alcuni terreni fondamentali serve il consenso più largo. Solo dopo questa fase particolare ognuno riprenderà la sua strada. Per ora, però, occorre far vivere questo governo per un’esigenza minima di stabilità istituzionale “e direi quasi di sopravvivenza istituzionale e del paese”.

Nel pensiero di Napolitano, dunque, i piani rimangono due, ma inequivocabilmente intrecciati. Uno vede la necessità di far ritornare la crescita economica al centro dell’attenzione, senza vanificare i tanti sforzi messi in campo sulla via del rigore e del risanamento dei conti pubblici. Il secondo piano è quello, appunto, delle riforme istituzionali. Un piano su cui non c’è solo il pungolo del Quirinale, ma anche la spada di Damocle della Corte costituzionale la quale potrebbe presto suggerire correttivi urgenti a una legge elettorale pessima, che però non si riesce a cambiare.


COMMENTI
10/06/2013 - Il fronte del no è molto compatto. (Claudio Baleani)

Nel nostro sistema politico ci sono incongruenze che si sono tradotte in paralisi economica e il fronte di chi dice no alle riforme è fortissimo e trasversale. Adesso che succede? I partiti mettono in votazione solo leggi dove la maggioranza è d'accordo e dove anche il governo è d'accordo e anche l'unione europea è d'accordo. Il risultato è che su 100 riforme possibili non se ne fa nessuna. Con l'elezione diretta del capo del governo il parlamento perde il potere di sfiducia, ma guadagna la libertà di fare le riforme che raccolgono il consenso perché qualunque legge non può far cadere il governo. Per rendere omogeneo il quadro basta fare il maggioritario secco nei collegi e abolire il senato. Ma già Onida parla di rischio autoritario e che bisogna difendere la costituzione. La costituzione è ultrapartitocratica e l'inciucismo era la pratica politica vera e sempre praticata da Berlinguer e Andreotti. Si poteva anche andare avanti così se non fosse che tale metodo politico costa e i soldi sono finiti. I sistemi parlamentari come il nostro hanno partorito il fascismo e il nazismo. A queste dittature non si risponde col politicismo dei partiti, ma facendo funzionare le istituzioni e la politica nel merito delle cose. Se non si vuol cambiare e si cerca il partitismo allora bisogna accettare qualunque nome esce dalle urne, compreso quello di Berlusconi. Altrimenti bisogna concludere che la minaccia alla democrazia sono proprio quelli che non vogliono la riforma presidenzialista.