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BERLUSCONI / La Consulta boccia il ricorso sul legittimo impedimento

Pubblicazione:mercoledì 19 giugno 2013

Silvio Berlusconi (Foto: Infophoto) Silvio Berlusconi (Foto: Infophoto)

La Corte costituzionale ha respinto il ricorso di Silvio Berlusconi, dando così ragione alla Corte d’appello di Milano. È arrivata poco fa la tanto attesa sentenza della Consulta sul conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato presentato dal leader del Pdl e - allora - capo del governo a maggioranza di centrodestra. Il 1° marzo 2010 il tribunale di Milano aveva negato l’istanza di legittimo impedimento presentata dall’allora presidente del Consiglio Berlusconi a comparire in aula nell’ambito del processo Mediaset. Nell’aprile 2011 la presidenza del Consiglio dei ministri aveva sollevato il conflitto dinanzi alla Corte costituzionale, ma quest’ultima ha dato ragione al tribunale milanese, con una decisione tanto attesa quando potenzialmente gravida di conseguenze politiche. Ora il caso pende in Cassazione.
Il 1° marzo 2010 Berlusconi avrebbe dovuto presenziare ad una udienza del processo di primo grado sulla base del calendario concordato tra giudici e collegio difensivo, ma una riunione del Cdm fissata in data 26 fbbraio 2010 era slittata nella data dell’udienza. Da qui la richiesta di legittimo impedimento avanzata dai legali del premier. Il tribunale respinse l’istanza di legittimo impedimento di Berlusconi, che fece così ricorso alla Consulta.
Ma “la riunione del Cdm non è un impedimento assoluto” ha detto oggi la Corte costituzionale, motivando che “spettava all’autorità giudiziaria stabilire che non costituisce impedimento assoluto alla partecipazione all’udienza penale del 1 marzo 2010 l’impegno dell’imputato Presidente del Consiglio dei ministri di presiedere una riunione del Consiglio da lui stesso convocata per tale giorno”, che invece “egli aveva in precedenza indicato come utile per la sua partecipazione all’udienza”.
“I precedenti della Corte costituzionale in tema di legittimo impedimento sono inequivocabili e non avrebbero mai consentito soluzione diversa dall’accoglimento del conflitto proposto dalla presidenza del Consiglio dei ministri”, hanno dichiarato i legali di Berlusconi, Niccolò Ghedini e Paolo Longo, a commento della decisione della Corte costituzionale, aggiungendo che “evidentemente la decisione assunta si è basata su logiche diverse che non possono che destare grave preoccupazione”. Le stesse preoccupazioni che Silvio Berlusconi ha affidato ad una nota appena diffusa, nella quale parla di ventennale “accanimento giudiziario” nei confronti della sua persona ma dice anche che non per questo verrà meno il sostegno del Pdl al governo Letta.
“Dalla discesa in campo ad oggi la mia preoccupazione preminente - scrive il leader del Pdl - è sempre stata ed è il bene del mio Paese. Perciò anche l’odierna decisione della Consulta, che va contro il buon senso e tutta la precedente giurisprudenza della Corte stessa, non avrà alcuna influenza sul mio impegno personale, leale e convinto, a sostegno del governo né su quello del Popolo della Libertà. E ciò nonostante continui un accanimento giudiziario nei miei confronti che non ha eguali nella storia di tutti i Paesi democratici. Questo tentativo di eliminarmi dalla vita politica che dura ormai da vent’anni, e che non è mai riuscito attraverso il sistema democratico perché sono sempre stato legittimato dal voto popolare - conclude - non potrà in nessun modo indebolire o fiaccare il mio impegno politico per un’Italia più giusta e più libera”. Nel processo di Milano Berlusconi è stato condannato in primo grado e in appello a 4 anni di reclusione (3 coperti da indulto) e a 5 anni di interdizione dai pubblici uffici. Ora a decidere sarà chiamata la Corte di Cassazione.


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