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Politica

PROCESSO BERLUSCONI/ Coppi, il suo difensore: così vinceremo in Cassazione

FRANCO COPPI si dice convinto di come le violazioni di carattere tecnico procedurale e di merito siano tante e tali da motivare l’annullamento della sentenza della Corte d’Appello

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Scure e minacciose nubi si addensano all’orizzonte giudiziario di Berlusconi, dopo la sentenza della Corte costituzionale. Ricapitolando: la Consulta ha stabilito l’infondatezza del conflitto di attribuzioni sollevato dalla presidenza del Consiglio nei confronti della Corte d’Appello di Milano, la quale non riconobbe il legittimo impedimento di Berlusconi (allora premier) a partecipare all’udienza del 1° marzo 2010. Se il ricorso fosse stato, invece, accettato sarebbero decaduti gli effetti della sentenza d’Appello che ha confermato, nell’ambito del processo Mediaset, la condanna di Berlusconi a 4 anni di reclusione e 5 di interdizione dai pubblici uffici per frode fiscale. Ora la palla passa alla Cassazione. Dove l’ex premier ha deciso di farsi assistere dal principe dei cassazionisti, l’avvocato Franco Coppi. Gli abbiamo chiesto quale strategia processuale intende seguire per il suo assistito.

Come valuta, anzitutto, la sentenza della Consulta?

Come sempre, è necessario attendere le motivazioni per farsi un’idea esaustiva. Stando al comunicato rilasciato dalla Corte, tuttavia, ci sono dei problemi che restano aperti. Non è chiaro, per esempio, se è sufficiente che il presidente del Consiglio giustifichi l’impedimento, o se una volta giustificato sia poi il giudice ad avere il potere di stabilire se esso sia legittimo o meno; ovvero, se possa bastare che si accerti che l’indicazione dell’impedimento rientri nei compiti del capo del governo, o se il giudice possa, invece, stabilire che l’impegno sia differibile.

Qual è la sua interpretazione?

E’ evidente che il presidente del Consiglio non può motivare il cambio di programma in alcune circostanze legate, per esempio, a questioni di riservatezza o di sicurezza. Se, per intenderci, i servizi segreti comunicano al premier che quel tale giorno Palazzo Chigi sarà a rischio di attacco terroristico, dovrebbe forse rivelare tutto ai giudici per spiegare le ragioni del rinvio?

Il premier, in nome della separazione dei poteri, non dovrebbe disporre della massima discrezionalità nel fissare i Cdm?

La Corte ha detto di no, partendo dal principio della collaborazione tra poteri, ribadendo che non si può fissare la prevalenza dell’uno sull’altro, ovvero della politica sulla giurisdizione. Se questo può essere condivisibile in linea di massima, tuttavia occorre accertare fino a che punto il giudice possa sindacare sull’impedimento del presidente del Consiglio. 

Veniamo al processo approdato in Cassazione. Ritenete di poterlo vincere?