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BEPPE GRILLO/ Il '68 dopo l'89. La democrazia digital-totalitaria di Casaleggio

Gianroberto Casaleggio (InfoPhoto) Gianroberto Casaleggio (InfoPhoto)

Se questo è il loro merito il limite sta, invece, in una proposta velleitaria, ambigua e pericolosa, che l’intervista a Casaleggio documenta con chiarezza. L’idea “sessantottina” di una democrazia diretta ha già fatto ampiamente naufragio nelle interminabili discussioni assembleari del movimentismo anni 70. L’infinita discussione che caratterizza i grillini è una pagina già vista. La democrazia “liberale” non nasce da Rousseau, sul quale Jacob Talmon ha scritto un libro insuperato: Le origini della democrazia totalitaria (Il Mulino), ma da Locke. Non è una democrazia diretta; è una democrazia rappresentativa in cui i rappresentanti vengono votati e delegati dal popolo ad esercitare, in loro nome, il potere sovrano per il bene comune. I deputati e i senatori non hanno autonomia assoluta rispetto al loro mandato. Lo esercitano, però, nel quadro di un’appartenenza politica in cui i partiti dovrebbero essere gli interpreti della volontà popolare. 

Per Casaleggio, al contrario, è la Rete il Soggetto. La Rete “pensa”, sceglie, elegge, revoca. L’obiezione che per legiferare o approvare le leggi occorra una competenza specifica non è ritenuta dirimente. Al pari della cuoca di Lenin, che poteva governare gli Stati, i grillini, supportati dalla Rete, si sono autoinvestiti di un sapere superiore, salvo poi scontrarsi con i limiti evidenti della propria inesperienza. L’utopia, tuttavia, non demorde. Non conta l’esperienza politica, i partiti come scuola di formazione, ecc. Casaleggio vuole una riforma del sistema che rappresenti una vera “rivoluzione”, vuole il controllo integrale sulla politica. 

«Un progetto politico di Rete deve avere un respiro più ampio che non la sola soluzione dei problemi contingenti, vanno ripensate le istituzioni e la società nel medio termine. Tutto cambierà. Il cittadino deve diventare istituzione. Le regole del gioco stanno cambiando». Ciò che Casaleggio propone qui è una integrale politicizzazione dell’esistente, l’esito di un totalitarismo mediatico per il quale «il vecchio concetto di privacy non è più realistico».  Tutto deve passare attraverso il filtro e il controllo della Rete, il Soggetto “democratico” per eccellenza. «Il parlamentare o il presidente del Consiglio è un dipendente dei cittadini, non può sottrarsi al loro controllo. In caso contrario non si può parlare di democrazia diretta». 

Qui, com’è evidente, siamo dalle parti di Robespierre e di Saint-Just. Il filone giacobino, del post-’68 pensiero mai spentosi, si rinnova passando per la tecnocrazia. Colpisce che  Casaleggio critichi la “neo-dittatura orwelliana”, l’uso manipolatorio dei media attuato dai Paesi dittatoriali o semi-dittatoriali (Cina, Russia), fino ad ipotizzare una terza guerra mondiale tra essi e l’Occidente.