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DIETRO LE QUINTE/ Tutte le manovre di Renzi e Bersani alle spalle di Letta

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Matteo Renzi (InfoPhoto)  Matteo Renzi (InfoPhoto)

Il fatto che la causa delle disfatte elettorali in tutti i comuni dove si è votato venga identificata nella assenza di Berlusconi come “candidato sindaco” trasmette l’immagine di una incapacità di lettura critica da parte del vertice Pdl di quanto serpeggia nell’elettorato italiano.

Da parte sua anche nel Pd non emerge una lettura critica delle ragioni della mancata vittoria nelle elezioni politiche di febbraio. Il successo nelle recenti amministrative sembra aver archiviato l’esigenza di riflessioni in proposito e sommandosi allo sfaldamento in atto tra i seguaci di Grillo diffonde nel Pd la convinzione di avere la vittoria in tasca anche in questo Parlamento. Tale diffusa sicurezza si traduce in una fibrillazione interna disancorata da un dibattito politico e che vede già destabilizzata la stessa maggioranza che aveva aperto la strada al governo a guida Letta. 

Si stanno delineando nel Pd due polarità opposte che gravitano nuovamente intorno a Bersani e Renzi ma con propositi e confini molto magmatici. Un nervosismo molto confuso in quanto nessuno dei due esprime in modo chiaro il contenuto del dissenso politico su cui la non ancora definita platea congressuale sarà chiamata a pronunciarsi. L’unica discussione chiara riguarda il regolamento delle primarie su cui Renzi non vuol essere, continua a ribadire, “fregato”. 

Dal punto di vista dei contenuti c’è solo da indovinare: da una parte Renzi promette di andare “oltre la rottamazione” aprendo ai no-Tav e cercando di recuperare Prodi, e dall’altro Bersani mette in guardia da leadership carismatiche.

Renzi appare vincente. Egli promette un governo del Pd sostanzialmente autosufficiente con crisi di governo dopo la vittoria congressuale e nuove elezioni in concomitanza con le europee. Sullo sfondo agita la “rivincita” di Prodi sul Quirinale immaginando una destabilizzazione che possa coinvolgere Giorgio Napolitano.

Di contro Bersani sta però ricompattando gli ex Ds. La vittoria di Renzi infatti segnerebbe l’ingloriosa conclusione della “lunga marcia” dal Pci per la conquista elettorale di Palazzo Chigi. Rimarrebbe di questa traversata solo la fuggevole (e non rimpianta) parentesi di un D’Alema diventato premier con una operazione di Palazzo pilotata all’epoca da Francesco Cossiga per garantire così il voto degli ex comunisti al bombardamento Nato di una capitale comunista sull’Adriatico. E cercando Prodi, Renzi ha già perso D’Alema. 



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