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BOSSI CONTRO MARONI/ Così il Senatur si prepara a "seppellire" la Lega

Umberto Bossi (InfoPhoto) Umberto Bossi (InfoPhoto)

O forse lo stesso Bossi ne ha la consapevolezza e vuole essere il leader anche del “tramonto” leghista. Magari, radunando i vari dissidenti alla nuova linea leghista che gli sono fedeli, può arrivare al prossimo congresso e imporre un candidato di mediazione alla segreteria, uno come Giancarlo Giorgetti. Ma ha già messo nel conto che la ripetizione dei tre Governatori del Nord è l'ultima occasione che poteva capitare alla Lega in questa declinante “seconda repubblica” mai nata e che “al prossimo giro ce lo sogniamo”.
Il problema è che nei primi anni Novanta Bossi aveva effettivamente messo a soqquadro la politica italiana, cavalcando la “questione settentrionale”. Quando Marco Formentini diventò sindaco di Milano, Bossi aveva di fatto segnato una svolta storica. La Lega Nord, da marginale gruppo localista, votata nelle valli e nella zona pedemontana, era scesa nel centro di Milano e si era insediata a Palazzo Marino, rompendo una tradizione quasi secolare. E' in quel momento che Bossi avrebbe dovuto cominciare a fare i conti con la realtà, che gli era favorevole anche per l'interesse che suscitava negli ambienti del grande potere e della media borghesia. Avrebbe dovuto costituire un gruppo dirigente senza improvvisazioni e avrebbe soprattutto dovuto abbassare i toni della grande protesta, pur perseguendo i suoi scopi e i suoi fini.
Insomma avrebbe dovuto passare dal movimentismo alla politica, da un gruppo emergente nella politica italiana di sicura matrice popolare alla formazione di un partito moderno. Invece Bossi tutto questo non è riuscito a farlo o forse non è stato in grado di farlo.
Oggi il Senatùr si lamenta delle tante espulsioni, ma probabilmente ha dimenticato quanti contrasti c'erano anche in quella Lega che viaggiava elettoralmente intorno al 10%. C'è una lista lunghissima di nomi di personaggi di valore che alla fine se ne sono andati o sono stati anche espulsi dalla Lega Nord diretta da Umberto Bossi. In definitiva, Bossi non è mai riuscito a dare un assetto di partito che, arrivato nelle stanze di potere, potesse risolvere i problemi del Nord, del Paese con un assetto di stabilità, non di continua agitazione e movimento.
Il contrasto più evidente tra quella Lega all'inizio degli anni Novanta e quella di oggi è quasi lampante: da un lato una spinta continua e incessante, ossessiva, verso un rinnovamento spesso proclamato, però a parole, dall'altro il “grigiore” e il troppo “perbenismo” dei nuovi Governatori. Sono due atteggiamenti inadeguati a una vera forza politica. Forse guardando alla parabola della Lega, si può capire ancora di più quella della cosiddetta “seconda repubblica” italiana.

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