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SPILLO/ Il giurista: se i "saggi" mettono mano alla giustizia andrà tutto a monte...

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Di qui il paradossale interrogativo cui è inevitabilmente giunto l’attuale dibattito sulla revisione costituzionale: com’è possibile sottrarre il tema della giustizia dal dibattito sulla forma di governo, posto che il primo ha contribuito a determinare i profili del secondo nel concreto relativo assetto? Il tema della giustizia al momento non può essere affrontato in sede di revisione, in quanto politicamente divisivo per le forze intenzionate a modificare la Costituzione; al contempo, tuttavia, la relativa esclusione da un’eventuale riforma, renderà ogni soluzione irrimediabilmente monca. Basti pensare che nell’attuale sistema il Presidente della Repubblica nomina 5 dei 15 giudici della Corte costituzionale e presiede il Csm; di conseguenza, un rafforzamento dei poteri del primo (nel senso del presidenzialismo o semi-presidenzialismo) dovrebbe accompagnarsi con una diversa configurazione delle modalità di nomina o del funzionamento dei secondi. 

Una modifica del modello di «governance» del Paese, insomma, comporta una pari modifica dell’equilibrio fra i poteri costituzionali, con un conseguente nuovo bilanciamento fra quei pesi e contrappesi il cui equilibrio è essenziale per assicurare un corretto funzionamento dell’impianto costituzionale. 

Una tale consapevolezza, tuttavia, imporrebbe una lettura critica delle cause riguardanti la fine della prima Repubblica e l’insano permanere della seconda; dovrebbe essere finalizzata a chiarire i limiti storici e sistemici di quanto accaduto, allo scopo di evitarne il ripetersi. Ciò, tuttavia, presupporrebbe un giudizio il più possibile condiviso tra le forze delle «larghe intese» artefici del percorso di revisione costituzionale. Ipotesi, allo stato delle cose, alquanto improbabile.

In assenza di una tale disponibilità, per contro, occorrerebbe lasciare stare i grandi progetti di revisione, i quali, se monchi, sono ineludibilmente e pericolosamente volti al fallimento; piuttosto, abbandonato ogni faraonico programma di trasformazione istituzionale, sarebbe sufficiente concentrarsi su quelle minime e funzionali operazioni di manutenzione costituzionale (federalismo, bicameralismo, costi della politica) indispensabili al Paese per cercare di voltar pagina. E questa volta per davvero.



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