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Politica

SCENARIO/ E se a Renzi convenisse sostenere il "nemico" Letta?

Nel Pd si deve decidere se le primarie servono solamente a designare il segretario del partito oppure anche il candidato premier. Due prospettive inconciliabili. Il punto di ANSELMO DEL DUCA

Matteo Renzi (InfoPhoto)Matteo Renzi (InfoPhoto)

E alla fine i democratici si sono scoperti molto più spaccati di quanto la più pessimistica previsione potesse far immaginare, e si sono fermati a un passo dal baratro di una spaccatura insanabile. Per mediare c'è tempo sino a mercoledì 31, ma trovare un'intesa sarà impresa titanica, anche perché iscritti e simpatizzanti guardano sbigottiti una discussione sulle regole in apparenza astrusa, ma che sta lentamente spostando le maggioranze interne. 

Matteo Renzi, che sembrava isolato, si è scoperto all'improvviso molto meno solo. Intorno a lui si è saldato un ampio fronte trasversale a favore delle primarie aperte che va da Gianni Cuperlo a Pippo Civati, da Gianni Pittella a Laura Puppato, sino a Rosy Bindi, ai giovani turchi e ai veltroniani. Guglielmo Epifani, che si sentiva depositario di una maggioranza vasta, ha percepito subito il momento di difficoltà, nonostante sostenesse una tesi in apparenza gonfia di buonsenso, e cioè che il segretario del Pd è giusto che lo scelgano solamente gli iscritti del Pd.

Il buonsenso, però, è uscito da tempo dalla tormentata telenovela democratica, perché in ballo è chiaro che c'è molto di più che la guida del Pd. Lo scontro è sul valore da dare alla posta in palio, se cioè si tratta di scegliere solamente il leader del partito, oppure se in un colpo solo si delinei anche il prossimo candidato del centrosinistra per Palazzo Chigi. L'attuale inquilino della sede del governo non può quindi rimanere estraneo alla discussione, e a cascata la questione diventa cruciale. Non è più Renzi contro Epifani, ma di fatto Renzi contro Enrico Letta. 

La prima sconfitta per l'asse Letta-Epifani-Franceschini sta nel l'aver dovuto cedere sulla data del congresso, fissato ormai per l'ultima settimana di novembre. Ogni tentativo di allungare i tempi è fallito. Se, dopo quella data, il Pd ed il centrosinistra potessero contare su un segretario già designato alla candidatura a Palazzo Chigi, il governo avrebbe automaticamente i giorni contati, e scivolare verso il ritorno alle urne nella primavera del 2014 diventerebbe l'ipotesi di gran lunga più realistica, con due conseguenze facilmente immaginabili. La prima è che il percorso delle riforme istituzionali verrebbe strozzato nella culla. La seconda è che il Pdl farebbe muro a ogni ipotesi di modifica della legge elettorale, così da impedire una chiara affermazione di Renzi e poterlo condizionare, almeno al Senato, esattamente come successo nel febbraio scorso.

Solo un segretario non automaticamente candidato a Palazzo Chigi consentirebbe alle larghe intese di tentare di portare a compimento il tentativo di rivedere la Costituzione. Il voto, però, non potrebbe arrivare prima della fine del 2015, o addirittura nella primavera del 2016.