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TAGLIO PROVINCE/ Tutte le insidie di una cattiva riforma

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Il ddl governativo sulle città metropolitane, sulle province e sulle unioni e fusioni di comuni si aggiunge agli interventi erratici, occasionali e approssimativi degli ultimi anni incidenti a vario titolo sugli enti locali, al di fuori di un disegno organico volto a realizzare, in base alla Carta delle autonomie, il disegno di semplificazione amministrativa e valorizzazione di comuni e province prefigurato nella riforma costituzionale del 2001, tuttora inattuata e per molti versi contraddetta dal legislatore ordinario, se non da inammissabili decreti di necessità e urgenza, come evidenziato anche dalla recente sentenza della Corte costituzionale.

Prosegue, tra l'altro, la furia iconoclasta nei confronti delle province, già oggetto di un'iniziativa governativa - per reazione alla pronuncia della Corte - volta a sopprimerle in Costituzione, nonostante il "riconoscimento" delle autonomie operato col principio fondamentale dell'art. 5 della Carta repubblicana. La politica sembra succube degli slogan di campagne di stampa spesso assai disinformate e fuorvianti, senza riuscire a delineare un quadro utile, in grado effettivamente di semplificare e responsabilizzare le autonomie, riducendo i costi e migliorando i risultati.

Ad onor del vero, un aspetto dell'ultimo ddl va condiviso, quello che sancisce la obbligatorietà di unioni polifunzionali dei piccoli comuni (sotto i 5mila abitanti) per realizzare gestioni associate più efficienti, incentivando al tempo stesso processi di fusione delle realtà comunali più frammentate. Ma, ciò detto, si deve aggiungere che manca poi del tutto la previsione di una dimensione territoriale o demografica massima delle unioni, che devono servire a concretare e rafforzare l'autonomia dei comuni, con i loro servizi e funzioni di prossimità, evitando di trasformarle in una sorta di province mascherate.

Per il resto il progetto è contrassegnato da una serie di ambiguità, punti critici e rischi di incostituzionalità, soprattutto delle norme riguardanti le province, ma anche di talune sulle città metropolitane. Del tutto ambigue sono, ad esempio, le previsioni sulle funzioni provinciali, come emerge chiaramente anche dalla stessa relazione che illustra le proposte, nelle quali per un verso è sancita - pur in un quadro assai riduttivo - l'esistenza di significative funzioni di area vasta, distinte in tre macroambiti, non gestibili a livello comunale, ma dall'altro se ne prefigura in futuro la riallocazione ai comuni o ad altri enti stabiliti dal legislatore: col rischio evidente di aumentare la confusione e l'aleatorietà/disfunzione gestionale oppure l'accentramento regionale.

E' altresì verosimile - a fronte di un modesto risparmio derivante dalla soppressione dei tradizionali organi provinciali (che sono di gran lunga quelli meno onerosi tra quelli elettivi degli enti territoriali) - il complessivo aumento dei costi che finirebbe per scaturire da questa operazione dal futuro incerto e aggrovigliato, che tra l'altro non affronta per nulla, almeno per ora, il nodo essenziale dello sfoltimento/soppressione della miriade di enti e società strumentali monofunzionali regionali e locali che complicano e costano.  


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COMMENTI
29/07/2013 - commento (francesco taddei)

il dimezzamento degli stipendi dei politici, parlamentari,regionali,provinciali, mai?