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L’INTERVISTA/ Letta: basta compitini, liberiamoci dell'Europa del rigore

Pubblicazione:sabato 17 agosto 2013

Enrico Letta (Infophoto) Enrico Letta (Infophoto)

Dobbiamo, prima di tutto, avere maggiore fiducia in noi stessi. Uscire da quella cappa di sottovalutazione, autolesionismo, benaltrismo che troppo spesso ci toglie ossigeno. Dimostrare all’Europa e al mondo che non c’è più bisogno che ci si dica di fare i “compiti a casa”. I sacrifici li abbiamo fatti e li stiamo facendo non perché ci sia qualcuno a imporceli, ma perché siamo un Paese adulto che vuole ricominciare a costruire il futuro dei propri figli. Un Paese che vuole parlare quel linguaggio della verità e della responsabilità al quale il presidente Napolitano, proprio dal Meeting di Rimini, due anni fa, ci ha richiamato. L’Italia può farcela: questo è il messaggio. 

 

Cosa risponde a chi considera l’euro una sciagura?

Rispondo che è una sciocchezza: l’euro non è una sciagura. Il punto è che si tratta di un solo tassello della più ampia, e ambiziosa, Unione economica e politica. In questa prospettiva tutti gli strumenti adottati non devono avere il sapore della contingenza, ma puntare dritto verso una maggiore integrazione. Penso, ad esempio, all’Unione bancaria. La stiamo sostenendo con grande convinzione e continueremo a farlo nei prossimi Consigli europei, ponendo poi il tema al centro del semestre di presidenza italiana dell’Ue, l’anno prossimo. 

 

Proprio in vista del semestre italiano di presidenza dell’Ue, ritiene che sia possibile superare la posizione tedesca di austerità, una volta passato lo scoglio delle elezioni politiche in Germania il 22 settembre prossimo? E battersi per un’Europa dello sviluppo e della solidarietà?

Lo dicevo prima: dobbiamo batterci per un’Europa che torni ad avere un’anima, che alimenti le speranze di centinaia di milioni di cittadini, che si configuri come la più alta e nobile idealità delle nostre generazioni. Più vicina ai cittadini, più efficiente, più coraggiosa. Un’Europa che non vive di procedure e routine, ma che si dà obiettivi e li realizza con serietà e tempestività.

 

L’economia è la priorità per cui è nato il suo governo e su cui si basa la sua azione. Al di là delle parole e dai toni usati da Marchionne, sono molte le ragioni che spingono gli investitori a preferire altri paesi per fare industria: energia, burocrazia, rigidità del lavoro, ecc. Si può invertire la rotta? 


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COMMENTI
17/08/2013 - ARIA FRITTA (Ambrogio Negri)

Il solito concentrato di qualunquismo politico di veltroniana memoria: poche idee, populiste e confuse. Sarebbe stata più interessante la Bonino.

 
17/08/2013 - Quando? (Diego Perna)

Sono anni che sento bei discorsi, quanto mi piacerebbe vedere dei cambiamenti reali !

 
17/08/2013 - Chi ha rovinato questo paese (Vanishing Leprechaun)

Sono trent'anni (per l'esattezza dal 1981) che "facciamo compiti a casa", strangolati dagli alti interessi sul debito grazie ad Andreatta (l'idolo di Letta), Ciampi e già allora Monti, cosa che ci ha impedito di fare una politica tributaria decente ed equa: l'Italia è l'unico paese al mondo che tartassa i redditi bassi con un'aliquota minima al 23% anziché a zero come *ovunque*, e di avere servizi pubblici decenti. E questo sia per il "divorzio" del 1981, sia per lo SME, nel quale siamo entrati con una lira (volutamente) sopravvalutata, costringendo la Banca d'Italia a tenere alti i tassi direttori. Bene che si sia scoperto che la Ue non è "l'Europa dei popoli" di Spinelli, ma altro che "L'euro non è una sciagura". L'Euro è LA sciagura, ma continuiamo a fare la politica delle tre scimmie. Né l'Italia è "una minaccia" per l'Euro, che non ha bisogno di minacce esterne, si "minaccia" da solo. Come tutti i Nobel per l'economia (nessuno escluso, pur da posizioni anche diametralmente opposte), e non solo loro, hanno sempre detto. Ivi incluso, aha aha, James Tobin, quella della sedicente "Tobin Tax". Quanto alla "crescita", non facciamo ridere. Prima della crescita ci va la ripresa, e questa non si fa con le politiche dell'offerta, si fa sostenendo la domanda. Col *contrario* dell'austerità, non con *meno* austerità.