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ITALIA RIFORMISTA/ Pd, la mozione di Francesco Boccia a sostegno del governo: il testo integrale

Pubblicazione:lunedì 19 agosto 2013

Enrico Letta (InfoPhoto) Enrico Letta (InfoPhoto)

Un'equivalenza, però, che nei fatti non sempre è stata rispettata. E, se siamo arrivati a questo punto, di certo qualcosa deve essere andato storto. Chiediamoci, allora, perché? Perché, banalmente, la stagione dei diritti è stata preceduta da quella dei doveri senza la quale, però, ricordava saggiamente Aldo Moro, l'Italia non si salverà. Come non si salverà se non si affronterà, con una nuova etica pubblica, la questione morale posta, come emergenza del Paese, già trent'anni fa dall'altro riferimento politico culturale del Pd, Enrico Berlinguer. Quella dei doveri e dell'etica pubblica è, però, la precondizione per costruire una sinistra moderna, di governo e solida. E non bastano certamente i richiami a due punti di riferimento del nostro passato per interpretare un mondo come quello attuale, profondamente diverso e complesso. In altre parole, oltre a Moro e Berlinguer serve il pensiero della sinistra di oggi, quello che, in Italia, non ha mai attecchito e non si è trasformato in un pensiero di cambiamento, in un pensiero in grado di indicare al Paese un orizzonte di cambiamento. Fino ad oggi ha vinto la sinistra che conserva e ha conservato l'esistente, a volte con richiami di circostanza al passato. La sinistra di governo che abbiamo il dovere di costruire, europea e moderna, deve spazzar via ogni resistenza al cambiamento e diventare il motore della società italiana che guarda al domani. Che fare, quindi? Servono regole, poche ma vere e severe. Allargare la sfera della libertà d'impresa irrigidendo, però, il sistema del "chi sbaglia paga e paga sul serio" creerà, inevitabilmente, una nuova cultura d'impresa moderna, innovativa e realmente democratica. Perché la società è una scultura che si modella come in una procedura teologica di ablatio, cioè togli, togli e togli ciò che non serve e, solo così, riesci a trovare la pienezza dell'immagine.

I NOSTRI ERRORI

Questo, però, è anche il momento di prendere coscienza dei nostri errori. È il momento di fare un mea culpa per tutto quello che avremmo potuto fare in questi mesi, in questi anni, e non abbiamo fatto. Un tema su tutti: il conflitto d'interessi di Berlusconi, e non solo. Mesi a discuterne a mezzo stampa senza mai risolverlo, senza mai affrontare il nodo dei confini del rapporto tra politica ed economia e i meccanismi che regolano e disciplinano le concessioni pubbliche. Questo immobilismo ha reso poco credibile un'intera generazione politica che ha preferito girare la testa dall'altra parte. E lo si vede anche nei piccoli-grandi conflitti d'ogni giorno: la parentopoli che infesta gli uffici pubblici, le università, i centri di ricerca, le aziende pubbliche a partire dalla Rai. Una classe di burocrati di Stato che sistema famiglie su famiglie accomunate da cieca fedeltà ideologica condita da un falso consenso programmatico. Sfoltire, sfoltire e ancora sfoltire. Chi si è preso la briga di dirlo, a sinistra?

O ancora, si è spesso parlato di società contendibile. Bene, che fine ha fatto quell'idea di società? Qual è l'università in cui il figlio dell'operaio può diventare dentista o notaio con pari diritti rispetto "al figlio di"? Questa deve essere la nostra sfida, la sfida del riformismo: porre tutti nelle stesse, uguali, identiche condizioni di partenza. Ma questo non lo si ottiene semplicemente rendendo uguali i disuguali. E il "mondo università" ne è l'emblema. Basta dare uno sguardo ai nostri atenei per capire che il discorso è ben più complesso. Il problema non si risolve con il numero chiuso ma solo con una meritocrazia VERA. Solo una selezione basata sulle capacità di ciascuno può consentire al povero di uguagliare il ricco o partire, quanto meno, alla pari. Merito e solidarietà insieme, mai fine a stessi ma sempre al servizio della qualità della vita dell'intera società. La contendibilità è garanzia di democrazia, esattamente come la concorrenza è la garanzia della libertà del mercato e dell'abbassamento dei prezzi con un miglioramento delle prestazioni. Ed è un concetto che vale negli ambiti più disparati. Anche per le politiche dell'immigrazione. Milton Friedman diceva che dovrebbero svilupparsi in modo tale che i nuovi arrivati possano avere accesso ai "salari migliori" e mai divenire "un peso per lo Stato e la società", altrimenti "non rimarranno volentieri" nel paese ospite e "la povertà sarà infine la ricompensa del loro spostamento". Ripartiamo da qui, perché una sinistra che non vede la seconda generazione d'immigrati, diventati oggi piccoli imprenditori, artigiani che sgobbano dalla mattina alla sera e pagano le tasse, non sarà mai una sinistra di governo.


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