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ITALIA RIFORMISTA/ Pd, la mozione di Francesco Boccia a sostegno del governo: il testo integrale

Enrico Letta (InfoPhoto) Enrico Letta (InfoPhoto)

IL FUTURO SI CHIAMA CORAGGIO

Il riformismo, quello vero, quello in cui noi vorremmo riconoscerci, deve inevitabilmente far rima con coraggio. La sfida del domani è evitare di rimanere arroccati su posizioni sterili, difese a oltranza per mere questioni di principio. Anzi, la sfida del domani dovrà giocarsi proprio sulla mediazione stessa sui principi e non sui comportamenti (è bene rimanere ben saldi sulle idee ma accettare, allo stesso tempo, la discussione democratica). Coraggio, oggi, significa comprendere anche che il federalismo è, ormai, un dato di fatto perché è la parte più vitale dell'Europa a volerlo. E per farlo non servono mediazioni al ribasso, serve volgere lo sguardo in avanti, sperimentando formule di decentramento innovativo e non difendendo i fortini dall'assalto degli indiani perché, prima o poi, gli indiani arrivano. Federalismo che non vuol dire giocare la partita del nord contro sud ma attuare politiche che permettano al nord come al sud di valorizzare al massimo le proprie risorse. Vuol dire non lasciare indietro il nostro Mezzogiorno ma spostare lì l'asse della politica economica. Vuol dire che per le regioni meridionali è arrivato il momento di raccordarsi meglio, senza pensare soltanto alle rispettive istanze. Vuol dire smetterla di piangersi addosso e agire. Vuol dire rimettere il Mezzogiorno al centro dell'agenda politica e creare tutti quei presupposti per non costringere i giovani a scappare verso altri lidi, per creare infrastrutture e trasporti degni di tale nome, per riconsiderare il Sud una risorsa e non una zavorra. Ma di federalismo si parla anche in Europa e lì subentra anche un altro significato, quello di  responsabilità, dell'accettazione dei doveri prima dei diritti, perché la costruzione del carattere nazionale significa integrazione verso il nord Europa e non solo appiattimento verso modelli mediterranei da costruire integralmente. Significa, aggancio a quel nord Europa, cuore economico del continente, che l'Italia ha il dovere di fare al più presto proprio con lo straordinario sistema produttivo del nord, da sempre locomotiva industriale del nostro Paese. L'autobiografia di una nazione non è più rinviabile e non è data dagli eroi di turno né da questo ecumenismo sentimentale che fa della settima potenza mondiale una terra senz'anima né identità.

Di questi valori, che per noi dovrebbero essere distintivi, il Pd che cosa dice? Nulla, sembra, di particolarmente rilevante. Tutto il campo dei valori, oggi, è lasciato al caos tra chi propugna la difesa delle radici giudaico-cristiane dell'Europa, un dato oggettivamente storico e non confessionale, e tutto lo sventolio della vecchia bandiera del laicismo fine a se stesso e del relativismo come approccio ai problemi. Niente di più sbagliato. Chi, oggi, nel Pd osa proporre una discussione su tali problematiche (e per capire quanto queste siano fortemente avvertite dalla popolazione basterebbe farsi un giro per le strade) si sente affibbiare, nel migliore dei casi, l'etichetta di teo-con. Lo Stato è laico, sì, ma la costruzione della cattedrale Europa si è resa storicamente possibile grazie alla realizzazione delle sue cattedrali e, soprattutto, grazie alla difesa, sempre e comunque, del principio basilare di una dottrina basata sulla difesa dell'individuo come persona, come unicum irripetibile. Raccogliamo, quindi, l'esempio di Papa Francesco che, passo dopo passo, sta riuscendo nell'impresa di limare tutti quegli spigoli di un mondo ecclesiastico troppo spesso arroccato su posizioni estreme ma che oggi, grazie alla sua guida, si sta dirigendo verso un orizzonte più moderno e conciliante. Tale da attirare apprezzamento e interesse anche dai laicisti di professione. Perché dobbiamo metterci in testa che non può esserci partito senza principi e non ci può essere nazione senza radici. E chi ha paura del passato ha paura di se stesso.

Quello che manca al PD è proprio il coraggio. Il coraggio di osare, il coraggio di andare oltre al dibattito tra il ritorno al laicismo e l'aprirsi ad una nuova prospettiva che miri al riconoscimento storico delle proprie radici e, contemporaneamente, al rispetto delle sue tradizioni. Si può, invece, essere rispettosi di secoli di civiltà e, contestualmente, difendere e irrobustire lo Stato laico? Riteniamo di sì ma dobbiamo avere il coraggio di dirlo apertamente e affrontare la questione a viso aperto. Perché non si tratta di tornare al mito della nazione, al topos di una supremazia culturale e ideologica ma si tratta di fissare i paletti entro i quali far crescere un partito. Siete laicisti o siete tolleranti? Siete a favore dell'idea di nazione oppure no? Siete a favore dell'individuo come homo oppure tutto va annegato nel mare magnum della cosiddetta società, della quale siamo tutti all'umile servizio? Una forza politica non ha futuro se non ha una visione strategica. E non è del pacchetto-lavoro, del pacchetto-giustizia e simili che stiamo parlando, ma del saper riconoscere i punti fondanti del suo stare insieme.