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ITALIA RIFORMISTA/ Pd, la mozione di Francesco Boccia a sostegno del governo: il testo integrale

Enrico Letta (InfoPhoto) Enrico Letta (InfoPhoto)

CHE FARE?

La cosiddetta New Left nasce già vecchia perché non è riuscita a individuare i suoi nuovi interlocutori ma pastrocchia su temi vecchi e nuovi per tentare di imporli a pezzi di società in libera uscita. Ma non basta riverniciare antichi cliché di sinistra per presentarsi come novità, questo dovrebbe ormai esser chiaro a tutti. Occorre ripartire dai nuovi attori di questa società così profondamente cambiata. E i protagonisti sono loro: i giovani precari senza lavoro e, spesso, senza speranza; le piccole imprese dimenticate a scapito delle grandi aziende; le famiglie, i nuovi immigrati con cui la nazione deve fare i conti per tenere in equilibrio tutti i suoi blocchi. Perché gli operai che in una fase precedente votarono Lega, Forza Italia oggi votano Grillo? Perché c'è un esercito, composto da milioni di persone, che preferisce fare volontariato invece che impegnarsi attivamente in politica? Perché offrire a questi pezzi di società delle alternative che partono dalla difesa dello status quo (dai sindacati, a pezzi interi di politica spesso percepiti come "casta" e non come rappresentanti delle Istituzioni) senza mai una visione, nemmeno minima, del domani? Ed è l'errore che il Pd ha ripetutamente commesso in questi anni e che, adesso, sta pagando a duro prezzo. Il continuo distinguo alla lunga stanca ed è evidente che, proseguendo di questo passo, inaridisce ogni possibilità di fermento e di entusiasmo. Ciò che i nostri contendenti hanno fatto emergere è la volontà, la possibilità di decidere. È questo che cerca l'Italia. È questo che ci chiedono gli italiani. Il nostro Paese ha bisogno di qualcuno che lo prenda per mano, che gli dia prospettive, che rappresenti un orizzonte in avanti. Ma, soprattutto, l'Italia ha bisogno di qualcuno che si prenda la responsabilità, oggi, di decidere. Di capire quali siano le priorità, quali le strade da intraprendere, quali le scelte da compiere. Proprio per questo motivo è necessario utilizzare fino in fondo il "tempo di questo governo" per rifondare questo partito. Il nostro partito. È un'occasione che non possiamo sprecare ma dobbiamo cogliere e sfruttare per ripensarci e per ripensare il PD. Ed è quello che ci distingue da tutte le altri correnti, noi non vogliamo restare immobili, il PD lo ha fatto per fin troppo tempo. Oggi, grazie a questo governo, abbiamo una prospettiva diversa, abbiamo la possibilità di guardare oltre. L'immobilismo rischia di logorarci. Tutti, dall'interno. L'Italia, oggi, rischia di morire di noia. E noi con lei.

Qualcuno ha, addirittura, parlato di un'economia della pigrizia, di un'Italia piatta, pigra, dallo sbadiglio facile. È l'Italia che resiste al nuovo, allergica alla scienza, che non investe, che si nasconde dietro le corporazioni, che non vuole crescere, che fa resistenza passiva. E a far riflettere è il fatto che oggi quest'atteggiamento è proprio di quella fazione che dovrebbe, invece, rappresentare l'innovazione e la volontà di cambiamento, cioè i progressisti. Ma chi sono, oggi, questi progressisti? Chi li rappresenta? Cosa rappresentano? E, soprattutto, dove sono? La sinistra non è più sinistra. E non perché non s'arrocca più sugli slogan degli anni '60 riproposti in nuove salse da pseudo-campioni del riformismo ma perché non offre più alcuna risposta al cambiamento, al futuro. È la stessa crisi che, in tempi e modi diversi, hanno vissuto i democratici americani. Loro, però, almeno, hanno trovato in Obama un presidente in grado, con fermezza, di dare una scossa.

Noi, invece, siamo diventati una nazione pigra: con alcuni sindacati spesso seduti sulle proprie tessere ma sempre più lontani dalle aziende, con gli imprenditori asserragliati nelle loro associazioni ma spesso fuori dai capannoni. E lontani, sempre più lontani, da quella miriade di imprese innovative che si mettono in gioco, sfidano il futuro e producono valore. Davvero vogliamo continuare a credere alla favola degli operai che preferiscono difendere antiquati riti di contrattazione piuttosto che ricevere qualche centinaia di euro in più in busta paga? Proviamo a sentire la loro risposta. Ma il vero problema, qui, è proprio quello delle classi dirigenti che prima di chiedere uno scatto in avanti ai cittadini dovrebbero dimostrare di essere in grado di scuotersi, loro stessi, dal torpore e offrire entusiasmo, valori, prospettive.

Se non ci diamo una mossa noi, prima degli altri, e cambiamo il nostro approccio alla società non ci sarà più futuro per il futuro. E il presente, così com'è, è destinato a morire. Dobbiamo avere il coraggio di sconfiggere il partito della paura. Non tanto quello che, di tanto in tanto fa riapparire il fantasma del terrorismo ma il partito dei movimenti che si oppongono al nuovo, alle nuove infrastrutture di trasporti ed energia. Questo conservatorismo con una semplice rinfrescata di luoghi comuni della sinistra (la società, l'uguaglianza, il conflitto lavoro-capitale, i diritti dei lavoratori ecc.) ingessa il Paese e non fa crescere il partito riformista, che potrà anche essere minoritario all'inizio, ma avrà, almeno, una carta d'identità reale e non tanti alias per camuffare le proprie anime.

SINISTRA 2.0?

Un aspetto che, spesso, nel cosiddetto panorama politico riformista viene tralasciato è quello legato alla variabile tempo, il ritmo del cambiamento e la delineazione dei suoi contorni. Il tempo è ritmo, il tempo è volontà di farcela, il tempo è anche capacità e competenza. Il tempo ci ha catapultato in una società digitale fatta di strumenti che hanno reso la nostra vita, le nostre azioni più veloci, iperveloci, istantanee. E i nativi digitali, cioè i nostri figli, nati già con l'hi-tech incorporato, non concepiscono il dilatarsi ossessivo - ma democratico - del tempo. C'è il problema del tempo? Sì, assolutamente, e i mezzi d'informazione vivono questa ossessione moderna e si attrezzano in rete. E la politica? Basta un videomessaggio su YouTube? No, di certo. Però è un fatto inoppugnabile che chi ha occupato la rete, politicamente parlando, parte avvantaggiato. Il tam-tam digitale funziona e lo si è visto benissimo nelle ultime elezioni. E funzionerà ancora di più in futuro. È inconcepibile, quindi, pensare e ripensare esclusivamente alle vecchie direzioni e assemblee di partito. Utili al dibattito interno ma, da sole, ormai obsolete. Il nuovo palcoscenico digitale è l'occasione che dobbiamo sfruttare per parlare di tutto. E anche di più. Un luogo per discutere, dibattere, confrontarci. Anche quando si tratta di tematiche spinose che generano scontri accessi e viscerali.

Qualcuno, per dire, s'è mai interessato della Repubblica degli stagisti? Qualcuno sa quante sono le figure atipiche oggi in uffici, fabbriche, servizi? Si parla genericamente di precariato ma la flessibilità va governata, e non lo si può fare solo con gli slogan della "macelleria sociale", bensì con azioni, opere, idee. Quella del salario d'inserimento è una proposta innovativa perché in quattro parole offre l'orizzonte di un lavoro.