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ITALIA RIFORMISTA/ Pd, la mozione di Francesco Boccia a sostegno del governo: il testo integrale

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Enrico Letta (InfoPhoto)  Enrico Letta (InfoPhoto)

Un documento per mettere fine alla "gara grottesca" in cui si tenta di dimostrare di essere il "meno compromesso con quel sistema sempre contestato, ma del quale si apprezzano tutte le comodità". Ma soprattutto un monito per ricordare che "sarebbe una follia non sostenere lo sforzo di Letta". Il democratico Francesco Boccia lo scrive in una mozione di sostegno al governo dal titolo "Italia riformista, la sinistra che governa", il cui testo integrale è stato riportato da La Repubblica. Eccolo di seguito.

 

PREMESSA

Giovani che faticano ad entrare nel mondo del lavoro. Donne e uomini che rischiano, seriamente, di non rientrarvi mai più. Famiglie che non fanno figli perché non hanno protezione, assistenza, sostegno. Anziani senza i servizi adeguati per trascorrere una vecchiaia dignitosa. Un sistema educativo che, in nome di un insano egualitarismo, non punta a valorizzare i suoi cervelli ma li costringe a fuggire. Un sistema industriale privo di una politica nazionale. Un'ingiustizia sociale fatta di piccole e grandi cose che, però, ha una comune origine: la divaricazione, unica al mondo, tra coloro che pagano le tasse (pochi) e coloro che non le pagano (troppi) ma che usufruiscono di tutti quei beni e servizi messi a disposizione da chi, invece, non sfugge al fisco.

E, mentre la crescita è un fantasma, un mercato del lavoro medievale  -  in cui il ruolo dei nuovi servi della gleba è ricoperto dai precari  -  sconta ricatti e veti incrociati da parte di chi si preoccupa di garantire i già garantiti piuttosto che favorire la nascita di nuovi posti di lavoro. Ogni tanto, poi, temi etici affrontati sempre sull'onda dell'esasperazione e della contrapposizione fanno capolino nel fangoso dibattito su un sistema giustizia inadeguato e inefficiente e un sistema elettorale indegno di una democrazia occidentale.

Questa è l'Italia. Questo e molto altro. Un'Italia salvata da Giorgio Napolitano che, nel momento del tracollo politico, istituzionale, finanziario non ha abbandonato la nave ma è rimasto, responsabilmente, a bordo e ha gestito l'emergenza con la saggezza e la lucidità che contraddistingue i veri statisti. Un giorno, sui libri di storia, l'intera nazione lo ringrazierà.

Ora, però, è giunto il momento di lasciarsi alle spalle I e II Repubblica e rifondare "la" Repubblica, senza aggettivi. Seguendo la strada maestra della sua Costituzione ma adeguandola ai tempi che corrono impetuosi. Per questo motivo serve un Partito che sia una casa in grado di ospitare le diverse anime della sinistra, dai socialisti riformisti ai cattolici democratici, ai tanti liberali di sinistra. Un Partito che riparta dall'idea di società e non da tessere e correnti, che abbia il coraggio di porre l'interesse generale in cima alla piramide delle cose da fare. Un Partito che abbia il coraggio di riconoscersi chiaramente nell'impegno del governo Letta, assumendosene anche la responsabilità politica di guidarlo. Impegno, quello di Enrico Letta, che si colloca in uno dei momenti più difficili della storia del nostro Paese, quello del possibile default della Repubblica italiana. Un rischio reale che soltanto la lungimiranza di un padre della Patria, come Giorgio Napolitano, è riuscito a scongiurare, afferrando il timone della nave Italia per condurla in un porto sicuro. Serve un'ITALIA RIFORMISTA. Un Partito Democratico moderno, un movimento di donne e uomini di buona volontà che, depurato da isterismi ideologici e tattiche da bottega, riporti la politica alla dignità dei costituenti. Che fecero l'Italia ma non hanno fatto in tempo a farla diventare adulta.

LA SOCIETÀ

Il punto, però, è che quel mondo lì, quello dei costituenti, oggi non esiste più. È tutto cambiato, radicalmente, anche se qualcuno, ancora adesso, si ostina a non volerlo capire. E questo cambiamento ha una collocazione, un'identificazione ben precisa: la caduta del muro di Berlino. Da quel momento in poi nulla è stato più come prima. A crollare, in quel giorno di novembre, è stata l'ideologia stessa del totalitarismo. Si è completamente sgretolata, sepolta dalle macerie. È morto il totalitarismo come regime politico. È defunto e seppellito il totalitarismo economico, cioè il dirigismo, comunista e non. Non c'è più il totalitarismo religioso, oppure, come invece accade, il totalitarismo laicista che continua a minare profondamente la nostra società gettandola nel mare del relativismo (facendola, in questo modo, annegare).

Il totalitarismo è un modo di essere e di pensare che non esiste più. Non c'è più nemmeno il totalitarismo del popolo, l'affidarsi a un partito che sia o diventa salvatore della patria. Non può nemmeno più esistere il totalitarismo personalistico che affida a papi, nuovi o vecchi, la risoluzione dei problemi con parole che svaniscono al vento.

Non trova alcun diritto di esistere il totalitarismo giudiziario, né quello etico, né il (spesso falso) moralismo che riempie giornali e salotti della politica. Il totalitarismo è vecchio, è andato. Adesso serve guardare avanti. Serve spalancare le porte al mercato comune delle democrazie facendo circolare libertà, benessere e regolamentazione dei diritti avendo come principale obiettivo non l'asettico sostegno a una società indistinta (o alla società che piace tanto al sociologese post comunista) bensì la crescita personale dell'individuo attraverso un solo strumento operativo: PARI DIRITTI PER PARI DOVERI.



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